Archive for ottobre, 2011


La fisica del divino

Non bisogna mai trascurare la propria anima. La gente si plasma e si deforma nella quotidiana corsa mondana, senza riflettere sul fatto di avere uno spirito. La cosa più banale del mondo, l’energia, viene meno tra gli impegni del giorno. Eppure, cosa c’è di più fondamentale? Forse con lo spirito non si faranno i soldi, ma non è con i soldi che si raggiunge un’esistenza completa. La gente guarda avanti, verso i suoi obiettivi: costruisce un palazzo, dimenticandosi delle sue fondamenta, quella cosa che sta nascosta sottoterra, celata agli occhi del mondo. Eppure colui che mira alla Babele personale sa che la prima cosa da curare è il terreno dove poggerà la propria opera. Cosa accadrebbe se, durante la costruzione, venisse meno? Passeremmo il resto della nostra vita a spolverare le macerie di un sogno che ha provato ad innalzarsi più in là di quanto la nostra fede non fosse in grado di sostenere: non necessariamente la fede in un Dio, ma anche quella verso noi stessi e i nostri desideri. Le fondamenta solide sono le basi per le torri più alte.

Come si cura lo spirito? Rendendosi conto della sua presenza, percependolo tra la carne ed i pensieri, divenendo consci del suo peso. Nel momento in cui l’anima cessa di essere qualcosa di astratto ed invisibile, allora permettiamo alla nostra coscienza e di slittarvi e di assumere un controllo maggiore sulle nostre vite. Qualcora ci rendessimo conto del fluire dell’energia e della sua fisica divina, allora saremmo in grado di comprenderne il funzionamento e di attirare la luce a noi, di assorbire l’oro liquido del Sole e di irradiarlo intorno a noi. Possiamo, con un gesto volontario, permetterci di divenire stendardieri della luce, strumenti della forza divina, catalizzatori dell’amore di Dio. Qualcora decidessimo di aiutare il prossimo senza riceverne nulla in cambio, ci accorgeremmo che una ricompensa c’è e si tratta della felicità emanata da coloro nei quali abbiamo portato la luce. Più cuori avremo sanato, più ne avremo intorno, più potremo godere delle meraviglie della Vita.

Essere felici non è un atto naturale. La Natura ci ha bilanciati in una via di mezzo tra la felicità e la tristezza, con la differenza che serve un atto di volontà per essere felici, mentre basta mollare le redini per sprofondare nella tristezza. Chi tocca il fondo, però, ha un’unica possibilità: risalire verso l’alto. Nessun’anima ha il potere di rimanere ferma a lungo nello stato in cui si trova: le leggi di Newton non valgono per le energie di cui è fatto lo spirito.

Desidero ringraziare alcune persone, senza le quali questo piccolo pensiero non sarebbe venuto fuori. Voi, adesso, sapete chi siete.

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Sei la mia Esmeralda

Danzi a piedi nudi sul sagrato e poco ti curi degli occhi che seguono il tuo moto: hai l’innocenza nel sangue, la carna dorata dal sole d’Egitto e di quel Sole si riempiono le tue labbra, l’unico ad illuminare veramente il tuo cuore. Io ti osservo, da quassù, dalla cima della cattedrale: ti vedo ballare, ma così distante che se allungassi la mano solo aria le mie dita afferrerebbero. Mi struggo nella tua visione e tento di scacciare quel pensiero nel profondo dell’ermetismo della mia anima, ma sembra che ormai anche i Re di Francia ti osservino con avidità, dalla cima della loro galleria.
Quasi mi consolo non appena il mio sguardo non è più costretto a subire il tuo, nel momento in cui ti credo lontana dalla mia vista, come Don Claude dinnanzi alla forca, ma subito dopo ti vedo riapparire come uno spettro nella galleria tra le torri della chiesa e mi rendo conto che la lonananza nulla può contro la potenza del cuore.
La mia mente si scaglia su di te nel sonno, cerca di uccidere il tuo pensiero, ma il campanaro che custodisce il mio spirito non lo permette ed essa ora ne piange la presenza, cerca di farla evadere dal suo tempio.
Che sia destinato alla caduta? Che l’ultima visione sia quella del sogghignante gargoyle che ride della mia sorte, dietro il cielo cosparso di nuvole che divengono sempre più piccole alla vista, prima d’impattare contro il suolo?

Mi scrollo dai miei pensieri: ti sto ancora guardando dalla galleria della cattedrale. Continuerò a guardarti, scaglierò il mio campanaro su di te al ritorno dalla Grève, o mi volgerò e tornerò da dove sono venuto?

La chiave di tutto si chiama Vita.

Di spade e cattedrali

Era da un po’ di tempo che non postavo qualcosa sul mio blog: nè per poca voglia nè per dimenticanza, sia chiaro, ma credo che allo scrivere per non dire nulla, solo per riempire uno spazio bianco con parole senza senso, faccio meglio a lasciar tacere la penna (o, in questo caso, la tastiera!).
Conclusa questa breve premessa, quello a cui voglio dedicare questo breve post è una piccola recensione sugli ultimi due libri (sui ventidue che ho letto dall’inizio dell’anno ad ora) che mi sono capitati tra le mani.

Il titolo del primo è La Spada di Shannara, di Terry Brooks.
Questo volume è il primo capitolo con cui l’autore ha dato vita alla sua famosa saga e per questo è considerato una pietra miliare del genere. Brooks viene, difatti, considerato “il padre del fantasy moderno” e, ad essere franco, dopo aver letto le circa seicento pagine di cui è composto il libro…mi chiedo il perché.
La prima parte della storia mi ha annoiato terribilmente e solo uno sforzo di volontà, nato dal mio desiderio di conoscere bene il campo in cui dovrò muovermi se intendo diventare un autore di genere, mi ha permesso di andare avanti: una trama non appassionante farcita di descrizioni talmente voluminose e di importanza superficiale da essere in grado di nebulizzare l’attenzione del lettore in poco tempo. Dopo la prima metà la storia si riprende bene, sino a diventare quasi avvincente verso la fine, ma la considerazione generale che permea la lettura è quella di star leggendo Il Signore degli Anelli scritto da un’altra mano: una compagnia di avventurieri in viaggio sino ad una terra ostile a causa di un artefatto dal potere di distruggere il cattivo che è riapparso dopo molti anni di silenzio, il vecchio saggio dai poteri magici che guida il gruppo, la rottura di quest’ultimo, la guerra finale.
Come conclusione, l’ho trovato un po’ pesante a causa delle descrizioni e a causa della sua somiglianza col capolavoro Tolkeniano che non lascia in uno stato di rapimento che porta a chiedersi cosa stia per accadere, ma alla fin fine è una lettura graziosa. Probabilmente ha semplicemente deluso le mie aspettative.

Il secondo libro di cui voglio parlare è Notre-Dame de Paris, di Victor Hugo.
C’è da fare una considerazione preventiva: questo di cui parlo è un classico ed è stato scritto alla fine del 1800. Altri tempi, altri lettori, altre esigenze.
La storia è una meraviglia che appassiona ogni oltre immaginazione. Seppur sia un fan del musical, le due storie si discostano molto tra di loro.
Le vicende, i sentimenti dei personaggi, l’ambientazione sono raccontati con maestria e coinvolgono il lettore. Il dolore di Don Claude Frollo nel non potere avere per sè l’Esmeralda viene rievocata nel petto di chi legge, la furia di Quasimodo nel vedersela portata via lascia fremere le mani che stringono il libro. Una storia quasi perfetta coronata da una conclusione magnifica, la cosa più triste e straziante che abbia mai letto.
Seriamente, gente: mi ha strappato una o due lacrime (e non piango per un libro da quando a tredici anni ho letto I Ragazzi della Via Pal!).
L’unica pecca di questo romanzo è, anche qui, la presenza di un certo volume descrittivo non consono alle esigenze che noi, lettori del ventunesimo secolo, cerchiamo in un libro. Ben due capitoli di pura descrizione ingrassano la storia, di cui avrei ben volentieri fatto a meno: il primo descrive Parigi in ogni suo minimo dettaglio, compie una panoramica su ogni edificio, ogni strada, ogni angolo della città illustrandone l’architettura in ogni suo aspetto. Il secondo, invece, impiega lo stesso numero di pagine per spiegare e ripetere che l’invenzione della stampa, con la sua accessibilità, avrebbe cambiato il modo dell’uomo di scrivere la sua storia, che prima si concretizzava con l’architettura.
Ad ogni modo vi ho riflettuto sopra e credo che oggigiorno, a differenza del periodo in cui questo è stato scritto, ci basti uno sguardo su Internet per scoprire il volto di un posto. Penso che l’autore avrebbe evitato una così calda descrizione, se fosse vissuto in tempi successivi in cui la gente non ne avrebbe sentito il bisogno.
Queste sono le mie considerazioni. Non sono un critico, nè sono solito scrivere recensioni, ma sentivo di farlo in quanto sono stati due libri che mi hanno seriamente spinto a commentarli.
Provateli, se potete e volete, e ditemi la vostra. Sono curioso di sapere se la mia opinione si incontra o scontra con quella di qualcun altro.