Viviamo in un mondo dove la perfezione non esiste in natura.

Non esistono perfetti conduttori o perfetti isolanti, non esistono superfici perfettamente adiabatiche, non esistono gas che obbediscano tutti alla stessa legge, non esistono piani senza attrito, non esistono fili elettrici che non modifichino la tensione del circuito, non esiste materia puntiforme, non esistono integrali completamente esatti, nè strumenti in grado di rilevare misure del tutto accurate. Sono un’utopia le macchine termiche e frigorifere che funzionino alla perfezione, esistono solo approssimazioni e modelli.

In un mondo così fatto, come si può chiedere all’uomo di essere perfetto, anziché sè stesso? Come si può farlo sentire in dovere di dover esprimere sè stesso attraverso la perfezione anziché delle sue sfumature grigie? Noi siamo i figli dell’imperfezione e il difetto è ciò che per noi diventa arte: rifugiamo tutto ciò che ci rende uguali, evitiamo categoricamente ciò che potrebbe separare la nostra mente dal nostro cuore e cerchiamo, anche inconsciamente, di mettere la firma della nostra anima in tutto quel che facciamo.

Siamo affascinati da ciò che non è perfetto: ci dedichiamo all’Arte e la veneriamo come un culto, in tutte le sue forme, e solo pochi sarebbero in grado di definire il prodotto artistico umanitario come un elemento secondario allo sviluppo della nostra cultura e del nostro Io. Siamo sicari dell’Amore e questo ricerchiamo, nonostante sappiamo tutta l’imperfezione che esso comporta, nella sua forma più umana.
Non guardiamo solo ai pregi, non sopporteremmo una vita senza sbagli. Necessitiamo di macchie, sbavature, errori, le nostre idee sono tutt’altro che parallele e finiscono per scontrarsi tra di loro molo prima dell’infinito. Eppure, eccoci qui: abitanti della Terra, figli del cielo e del cuore di fuoco del mondo, temprati tra la luce e il buio, tra il giusto e lo sbagliato, forgiati pieni di mancanze nella forma dell’Equilibrio.

Osservate con quanta previdenza la natura,
madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque
un pizzico di follia. Infuse nell’uomo più passione che ragione
perché fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso.
Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza,
la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui,
allegri e dissennati godrebbero felici di un’eterna giovinezza.
La vita umana non è altro che un gioco della Follia.
Il cuore ha sempre ragione.

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