Archive for ottobre, 2012


La morale della notte

L’uomo moderno è cresciuto con la concezione del buio come un’entità malvagia.
Se dovessi elencare immagini di ombra, di oscurità, ciò che causerei nei miei lettori sarebbero sensazioni negative: da tutta la vita percepiamo le tenebre come qualcosa di cattivo, di pericoloso. Certo, questa visione è un’ottima metafora della vita e ha fatto da sfondo a moltissimi racconti, sopratutto fantasy, definendo in modo chiaro e netto il bene e il male, tracciando una linea separatoria tra quello che è giusto e quello che è sbagliato. Anche nel mio stesso (fervido) immaginario, evocare una figura come un “guerriero delle tenebre” può solo portarmi a pensare ad un cavaliere corazzato di nero che difende a spada tratta principi non del tutto limpidi.

Eppure non è sempre stato così.

Prima che la nostra mentalità passasse attraverso la fucina dei secoli, addirittura dei millenni, questa distinzione non avveniva. Adesso, nel ventunesimo secolo, abbiamo un disperato bisogno di qualcosa che ci permetta di identificare chiaramente il bene dal male perché in realtà questi due sono i concetti più difficili da scindere di tutto il nostro comprendonio, poiché non esistono in modo assoluto. Viviamo in un mondo grigio dove nulla è netto, ma ogni cosa si intreccia con l’altra a formare la grande catena della vita.

Tuttavia, molto tempo fa, questa distinzione non era necessaria.
Chi mi conosce bene saprà già di chi sto sicuramente parlando: del popolo celtico, ovviamente, seppur li prenda solo come esempio di un mondo che aveva una visione dell’esistenza estremamente diversa da quella che abbiamo noi oggigiorno.
Per i celti la luce non era sinonimo di bene e il buio non lo era di male: tutto faceva parte di uno stesso Equilibrio che regolava i cicli naturali e che permetteva alla Terra di continuare a vivere e a fiorire sotto i loro piedi. Notte e giorno, vita e morte, estate e inverno: tutto faceva parte della stessa inscindibile struttura e la loro unione garantiva la persecuzione dell’esistenza, della vita per come la si conosceva. E’ per questo che non ci si deve stupire del perché essi innalzavano preghiere alle divinità delle tenebre così come a quelle della luce: non esistevano dei buoni o dei cattivi, solo entità che rappresentavano diversi aspetti, giusti, delle cose. L’universo andava ringraziato per la creazione di entrambi gli aspetti della vita.

Dopo questa (non molto) breve introduzione, giungo al punto focale della questione: la festa che si avvicina proprio in questo periodo dell’anno, ovvero Halloween, il proseguio deformato e distorto dell’antica festa celtica di Samhain, il capodanno celtico, il momento in cui aveva inizio l’inverno e la Parte Oscura dell’anno, quella in cui la notte durava più del giorno.

Halloween è tutta una strumentalizzazione, una perversione del suo originale, sacrissimo significato, ben noto a chi conosce il suo vero nome. C’è chi ha avuto in mente di renderla una festività “cattiva” ed è riuscito a far breccia nella collettività: ora il 31 Ottobre è festeggiato (perché si, incredibilmente la gente lo festeggia ancora, nonostante quello che crede voglia significare) come una festa dell’ombra e della morte intesi nel loro senso più negativo, senza domandarsi perché questa sia una tradizione portata avanti da millenni, da ben prima che la parola “cristianesimo” fosse stata inventata. Le cose assumono il significato che noi vogliamo attribuirgli: finché si continuerà a interpretare questa data con il senso sbagliato che tentano di rifilarci, ogni anno celebreremo il concetto della Morte privato del concetto della Vita, quando invece è quel buio da cui tutto ha inizio, il silenzio da cui sorgerà la prima vibrazione, quel vuoto iniziale che deve essere, perchè possa compiersi la nascita.
E’ un concetto molto valido sia nella tradizione druidica che in quella alchemica: dove nella prima ombra e morte sono complementari alla luce e alla vita e conferiscono esse un senso, per la seconda sono i preludi della rinascita: la nigredo, la mortificazione di ciò che è impuro, plumbeo, verso la rinascita nell’oro. Se da una parte è una rappresentazione di continuità, dall’altra parte indica l’inizio di un percorso ma entrambi rappresentano un’elevazione nel cammino spirituale.

Halloween non è una festa cattiva. Semplicemente, c’è qualcuno che vuole farci credere che così sia. Io vorrei che la notte di Samhain venga sempre ricordata per il significato originale che aveva per il popolo celtico: il giorno del nuovo inizio, il giorno della memoria, il giorno dell’oscurità, l’unica da cui è possibile ammirare la bellezza delle stelle nel cielo.

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Contrappasso di luce

Avanzo solitario per le strade della città, privo di energie, lasciandomi trascinare dalla corrente che scorre in superfice, il sangue del cuore pulsante della metropoli. Stanco, con le spalle curve, mi immetto nelle sue arterie e risalgo le sue ramificazioni, diretto alla mia Pace. Respiro luci artificiali riflesse nelle pozzanghere d’acqua rannicchiate ai lati del marciapiede, che parlano di vita in movimento, di una sola anima in corsa.

Provo a rallentare il passo e vengo staccato con veemenza dalla corrente: all’improvviso non sono più parte della massa, non vengo trascinato, non faccio più parte di Loro. Alcuni visi, nei pochi istanti in cui permangono nella mia vista, mi guardano straniti.

«Chi è costui che, invece di affrettarsi verso casa, si prende il tempo di guardarsi intorno?»

La città ci ignora, poiché noi ignoriamo lei: c’è solo la macchina di fronte a noi, le sue luci rosse frammentate contro il parabrezza opaco d’umidità, oppure la persona che ci passa accanto sfiorandoci il gomito, scalpitando per passare oltre.

Esausto, con la mente febbricitante, decido di declinare la compagnia della massa e mi lascio condurre da me stesso verso la stazione. Sul treno in partenza si spengono le luci: niente più simulacri di Sole ad irradiare il nostro percorso. Immersi nel cigolio della carrozza avvolta dal buio, la città sfila alla mia sinistra e si sveste lentamente, finché l’aperta campagna non resta nuda sotto i miei occhi: un gioco di chiaroscuri, di sfumature d’ombre, di forme mai espresse. Dentro il vagone non scorgo altro che file e file di volti pallidi con gli occhi puntati in basso, rischiarati appena dal bagliore elettrico dei loro telefoni.

Uniformità.