Siamo quasi alla fine dell’anno e, in una mattinata alquanto fredda sulle soglie dell’inverno, stavo ripensando alla nascita e alla crescita del mio primo romanzo e di tutto ciò che ha attraversato in questo lungo lasso di tempo. Ho iniziato a scrivere seriamente all’età di 16 anni: sono sempre stata una persona creativa e, al tempo, avevo scritto una campagna per un gioco di ruolo da tavolo che in seguito svolsi insieme ai miei migliori amici. Non contento di come tutta la storia, che sia a me che a loro piacque molto, sarebbe finita nell’oblio una volta ultimata, decisi per gioco di iniziare a scriverci sopra.
Tre anni e quattrocento pagine dopo, misi la parola fine a quel gioco.

notebook-computer-writing-bloggingQuando iniziai quest’esperienza, non avevo idea di cosa sarebbe diventata e cosa avrei dovuto affrontare. Quei tre anni sono stati molto lunghi, avevo costantemente l’impressione di essere circondato da un immane lavoro che sembrava non terminare mai: ogni volta che scrivevo, mi rendevo conto di quanto ancora vi era da scrivere. Immagino che, a quell’età e senza esperienza in questo campo, avrei finito col cedere se non fosse stato per il totale ed energico sostegno che ho sempre ricevuto dai miei amici, gli stessi con i quali avevo condiviso l’esperienza del gioco di ruolo (che, per la cronaca, non era D&D). Ho impiegato molto tempo e tante energie, ho scritto di notte e di giorno, col sole e con la pioggia, ma sono riuscito nel mio intento. Mentre andavo avvicinandomi sempre più verso la fine, iniziavo a capire di avere qualcosa di più serio tra le mani. Dopo tre giri di correzioni, tutte distanziate tra di loro temporalmente, iniziai la stesura di altri due libri che, seppur di poco più piccoli, mi impegnarono solo per un anno di tempo l’uno. Nel frattempo, iniziai a cercare un editore per il primo libro.

Io che scrivoSe non avete mai provato di persona cosa voglia dire ricerare un contratto di pubblicazione, forse non riuscite ad immaginare quanto possa essere frustrante. Mesi e mesi di attesa e la costante sensazione di sentirsi impotenti, di non poter far nulla per contribuire allo sviluppo del progetto ma di dover solo aspettare che una casa editrice leggesse un paio di pagine, o addirittura qualche rigo se andava male, prese a caso dal mio libro. Il frutto di tre anni e infinite notti in bianco valutate nel giro di qualche giorno al massimo. A questo punto, le case editrici si comportano in modi molto diversi e certe volte curiose. Ad esempio, mi è capitato di ricevere una risposta negativa dopo pochi mesi, ma anche dopo un anno intero. C’è chi non mi ha mai risposto, ma che mi ha così cortesemente incluso nelle proprie mailing list. C’è chi mi ha promesso un esito in una tale data, per poi farmela pervenire diversi mesi dopo. C’è chi, dopo tredici mesi dall’invio, mi fa pervenire la mail automatica in cui mi si conferma la ricezione del manoscritto e chi addirittura, nella stessa situazione, mi invita a mandarlo su un altro indirizzo email per inserirlo in coda di valutazione. Dopo tredici mesi.

Fortuna volle che, infine, trovai qualcuno disposto a credere nel mio libro, pronto a dargli vita e presentarlo al pubblico. A questo punto, quando un autore firma il contratto, sapete che cosa accade?

Si aspetta.

La pubblicazione non può avvenire senza che un grafico curi le illustrazioni e che un editor scansioni il testo per sistemarlo dove opportuno. Questo processo, per me, è in corso da circa otto mesi. Le cose però stanno per cambiare: i lavori dovrebbero essere quasi ultimati, le immagini quasi pronte, i testi revisionati. Manca poco, forse un mese se tutto va bene, perché il mio libro, a distanza di sette anni da quando è stato iniziato, possa finalmente vedere la luce in forma cartacea. Manca poco per realizzare la prima tappa del sogno della mia vita. Posso solo immaginare il seguito, ma sarebbe -appunto- solo frutto di immaginazione, ed è per questo che non ne parlerò prima che sia diventato una realtà.
Il 2012 è stato un anno di grande attesa, ed è così che lo ricorderò, ma forse tutto questo sta per cambiare. Forse è ora di tornare in gioco, di scendere nuovamente in campo e di fare in modo che il successo di questa impresa dipenda anche dalle mie azioni. Io sono pronto a dare il massimo e non ho intenzione di permettere a tutti questi anni di perdere il loro senso.

Ci vediamo in libreria, mondo!

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