Avevo altre cose da fare.
Posti dove andare, gente da sentire, telefonate da comporre, quadernoni da riempire, codici da scrivere. Ero pieno di impegni, in effetti, ma devo ammettere di essermi reso conto che se fossi sparito per qualche ora non avrei fatto un torto a nessuno, tranne che a me stesso. Dunque, ho girato il volante nella direzione opposta e ho cambiato strada.

Questo posto è solo leggermente fuori mano, ma resta sempre una tappa imperdibile almeno una volta durante l’estate. Il paesino non è nulla di che, ma in fondo ad una strada pedonale, al di là di un recinto di legno e un sentiero nella terra, si trova una scogliera di incredibile bellezza. È lì che mi sono diretto, mentre il sole si accingeva a tramontare, lentamente e inesorabilmente. Sulla cima della salita si trova un piccolo santuario che ho aggirato per potermi accucciare direttamente sulle rocce e poter guardare senza vincoli davanti a me. È stato lì, sulla cima del promontorio, con il vento salmastro che mi soffiava contro, che ho potuto ammirare lo spettacolo delle onde che si infrangevano rombando contro gli scogli, parecchi metri sotto di me.

Sant Elia

Quel luogo, dove giungono solo i suoni del vento e del mare, è uno di quelli in cui mi piace stare in silenzio a riflettere, quando ne sento il bisogno. Posso sedermi contro il volto primigenio della terra, scattare qualche foto e allontanarmi dal ronzio della città, dai suoi fastidiosi rumori di sottofondo.
Ed allora rifletto. Tanto. A lungo. Rifletto sulla direzione in cui sto andando, controllo per vedere se è tutto a posto, mi prendo qualche minuto per analizzare ciò che ho intorno e per bilanciare le variabili della mia vita. Noto che, a differenza dell’ultima volta, c’è una strana nota all’interno della mia sfera di quiete interiore: una sorta di corda pronta a vibrare, ad emettere un suono. Che tipo di suono, ancora non lo so: potrebbe essere una nota musicale che si armonizzi con la mia pace, oppure una dissonanza che la metta in agitazione. Sorrido lievemente, perché la sua presenza non mi è di certo passata inosservata. Anzi, proprio di recente qualcuno mi ha consigliato di farvi attenzione.

Tuttavia, una volta Henry David Thoreau scrisse:

Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto.

Sia mai che io un giorno mi guardi alle spalle e mi renda conto di non aver vissuto! Alle volte bisogna rischiare tutto per arrivare da qualche parte, ma alla fine più che dare il meglio di noi stessi, non possiamo fare. In questo momento, sento di avere abbastanza energie in corpo per dare quel meglio. Ho una buona motivazione per farlo, ho intorno chi lo merita. Il risultato finale è tutto da stabilire, ma se anche dovessi fallire nel raggiungere la mia meta, non si possa mai dire che è accaduto per colpa mia e del mio mancato impegno. Nel bene o nel male, si combatte sino alla fine.

A mano a mano che il tramonto avanza, il cielo diventa rosso. Non però di quel piacevole colore che preannuncia la scomparsa del sole, bensì un rosso arido, di fuoco. Neanche il tempo di riuscire a formulare questo pensiero, che le nuvole si addensano nel cielo ed iniziano a riversare su di me un sottile manto d’acqua. Sento le gocce picchiettarmi contro le spalle e la testa, ma non mi muovo: resto ancora a guardare l’orizzonte, mentre sottili rivoli d’acqua iniziano a scorrermi lungo il busto e una guancia. Il mare sotto di me ruggisce, disinteressato a tutto questo, continuando il suo assalto contro la costa.

Sento di non avere più nulla da fare lì, dunque infracidito mi alzo e mi allontano a passo lento, quasi come se la pioggia non esistesse, verso il sentiero che conduce a valle della scogliera.
Ho una battaglia che mi attende e non vedo l’ora di impugnare le armi.

 
 
Fotografia concessa in cortesia da Fabio Sciacchitano
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