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La parola è lo strumento più potente che sia mai stato concesso all’uomo.

Spesso e volentieri la prendiamo per scontata e ciò ci porta a sottovalutarla, ma se solo ci fermassimo a riflettere su quanta potenza è trattenuta al suo interno, avremmo di che riconsiderarla. Non stiamo parlando di un mero artifizio del linguaggio, sia esso scritto o parlato: la parola è molto più di questo, riesce a smuovere energie e a modellare il mondo intorno a noi, contribuendo alla costruzione del grandissimo puzzle visibile e invisibile nel quale ogni giorno ci muoviamo.

Tale è la potenza delle parole, visive o sonore: separano l’immaginario dal reale, il frutto della mente dalle entità del mondo, l’inesistente dall’esistente. Una volta che vengono pronunciate, o scritte, non possiamo più ignorarle come se fossero pensieri volatili, perché da quel momento ci sono. Nel momento in cui esse fuoriescono da noi per entrare nel mondo, in un certo qual senso lo cambiano per sempre, rendendoci allo stesso tempo creatori, modellatori e distruttori. Basta pensare alle parole che hanno cambiato il mondo, che hanno smosso le masse, che hanno trasformato la storia dell’umanità. Le parole possono ispirare e demotivare, farci fare i conti con noi stessi, aprire e chiudere orizzonti. Gli uomini vivono e muoiono per delle parole, sono disposti a battersi per esse e solo perché, dopo essere nate nella mente di qualcuno, sono state messe al mondo e, così facendo, rese reali.

Ed io mi osservo nello specchio, seduto nella penombra della mia stanza nel cuore della notte: la camicia sbottonata, una mano tra i capelli, la manica aperta che ne copre il dorso, l’aria stanca e un sospiro tra le labbra.
Le parole, queste maledette.

Parole

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