Category: Arte


Lacrime strappastorie

Lacrime strappastorie sui volti di chi ho intorno,

di chi riempie i margini del mio mondo,

di chi c’è ma non esiste,

come uno scenario che non persiste.

Oggi ero sul treno. Ho aspettato a lungo sul binario, sotto al freddo e al buio di un’inverno spazzato dai vapori delle vetture e disturbato dalle voci sintetiche degli altoparlanti. Il finestrino era leggermente condensato e non lasciva filtrare bene gli sprazzi di luce che si susseguivano uno dopo l’altro mentre la carrozza sferragliava sui binari fatiscenti. Annoiato, ho iniziato a guardare le persone che avevo intorno, quando in un impulso di scrittura ho preso un pezzo di carta e ho buttato giù quattro versi che parlano della mia giornata tipo: un viaggio in treno accanto a persone ogni giorno nuove e di cui non conoscerò mai le storie, seppur per ognuna mi sia concesso scorgerne un frammento di dieci minuti. Frammento che, alle volte, non è raccontato con le parole ma taciuto e lasciato narrare agli occhi.
Non ho trovato parole adeguate con cui circondarli.

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Cogli l’attimo

_Carpe_Diem__by_xX_Jaded_XxIl compito di un artista è quello di tentare di ricreare in ciò che compone, che sia uno spartito musicale, una scultura o uno scritto, la bellezza della vita, in tutte le sue sfumature: le ombre e le luci, i chiaroscuri che creano la perfezione delle cose e delle persone, nel gioco dei pregi e dei difetti che mai devono venire a mancare, giacché «il difetto è ciò che per noi diventa Arte».
Non è un compito facile: la vita si para innanzi a noi esplodendo in un caleidoscopio di sfumature diverse, impossibili da cogliere in pieno. Nulla di materiale e mortale è così grande da riuscire a contenere in sè l’intera essenza della natura. Eppure, per l’uomo, l’impossibile non è mai stato motivo di resa: è per questo che siamo una razza tanto tenace, seppur ottusa. Molti miei predecessori si sono sicuramente posti la stessa domanda, che ora rigirano a me come a tutti gli altri artisti che al momento popolano la Terra, forse nella speranza che qualcuno riuscirà, prima o poi, a trovare una risposta.

È possibile descrivere in pieno la meraviglia dell’universo?

Eccola lì la fatale domanda, nera su bianco, il non plus ultra, la pietra filosofale del lavoro di un artista.
Posso prendere la fresca brezza che nel silenzio della notte spira tra le foglie, facendole cantare, ed imprimerla in un pezzo d’arte? Posso catturare la luce del tramonto che si riflette in riva al mare e conservarla, per rivederla giorno dopo giorno, inspirando il suo calore rassicurante? Posso memorizzare per sempre la skyline della città mentre la osservo dal basso, premuto contro il finestrino dell’auto, con le luci di mille palazzi che mi scorrono davanti agli occhi? Posso cristallizzare in eterno lo sguardo della persona che amo ed imprimerlo in una forma durevole, in modo da far provare a chiunque l’infinito abisso che mi si apre nel cuore quando guardo quegli occhi, mentre loro guardano i miei? Posso raccogliere la storia di un’intera vita, con tutto ciò che è stato importante per essa, per far rivivere le stesse emozioni a qualcun altro, con tutti i dolori e tutte le gioie, con le esperienze e le lezioni imparate, con quelle piccole e grandi cose che, nel silenzio dell’anima, fanno nascere un sorriso incomprensibile ai più?

elisa

La risposta a cui sono giunto è la seguente: no, non posso.
L’universo è così bello proprio grazie alla sua volatilità: tutto scorre, nulla resta. Abbiamo appena il tempo di scorgere la meraviglia che si manifesta come «sparuti e incostanti sprazzi di bellezza», prima che passi: li si coglie o li si lascia morire per sempre. Carpe diem. La spettacolarità dell’esistenza è la consapevolezza di essere padroni di un momento unico e prossimo a sparire. Mai certezze, solo speranze, e quando anche quelle vengono a mancare ecco che la meraviglia può risorgere, rinforzata dalla nostra disillusione. Se lo stupore non fosse momentaneo, non sarebbe più stupore.

Non posso prendere per me il suono delle foglie, perché non riuscirei a portare con lei anche il dolce profumo della notte e il tocco dell’eternità che si riflette dalle stelle. Non posso catturare il tramonto, perché perderebbe la magia che aveva quando il sole era sul punto di scomparire oltre l’orizzonte, concedendoci solo pochi minuti per ammirarlo. Non posso memorizzare la skyline, perché non riuscirei a registrare a sua volta anche il movimento, l’energia, la vita delle persone dentro e fuori dai palazzi. Non posso cristallizzare il tuo sguardo, perché posso descrivere l’amore ma non farlo sperimentare. Non attraverso l’arte. Non attraverso le mie mani.
Non oltre i tuoi occhi.

La storia del druido al bambino

druide-Foret-fees-vertes-543poIrlanda, al tempo dei celti. Le colline si dispiegano dolci all’orizzonte, mentre gli alberi rigogliosi depositano un manto di foglie variopinte sul suolo erboso, carico di vita e dell’energia dell’autunno che filtra tra le fronde come la luce del sole.

Un anziano druido, dai capelli grigi e dalla lunga barba, è seduto contro il tronco di un albero ed è intento a contemplare la corsa di un bambino dai capelli color paglia e dalle guance annerite dal terriccio su cui ha giocato tutta la mattina. Jarlath è il nome del fanciullo, figlio di contadini e della madre terra, figlio del popolo libero.

Ad un tratto, il bambino inizia ad inseguire una farfalla, correndole dietro per seguirne il volo.
Il vecchio saggio lo osserva per un poco, quindi gli domanda, senza apparente motivo: «Perché ami la natura?»
Jarlath interrompe il suo gioco, perdendo di vista la farfalla e si volge a guardarlo, senza sapere cosa rispondere. Alla fine, dopo un attimo di riflessione, dice: «Perché è mia ed è bellissima»
«La ritieni tua? O sei forse tu ad essere suo?», insiste l’anziano.
Sempre più confuso, il bambino non sa cosa ribattere. Ci pensa un po’ su, quindi esitante risponde: «Forse tutte e due le cose»
«No», ribatte allora il druido, scuotendo il capo. «Tu sei un guardiano. La terra non ci appartiene: ne siamo i custodi per i nostri figli e per chi verrà dopo di noi. La preserviamo, nella speranza che un giorno anche loro potranno godere della sua magnificenza»
Perplesso, Jarlath corruga la fronte a chiede: «Quindi lo facciamo per noi stessi?»
Il druido rimane in silenzio per un tempo incalcolabile. Quando torna a dischiudere le labbra, dice: «Immagina una coppia di uccelli che danzano insieme nel cielo, cantando le loro lodi al mondo. Stanchi dopo il volo, entrambi si poggiano sui rami di una bianca betulla in mezzo al bosco. Tuttavia, poco dopo, la freccia di un cacciatore li uccide tutti e due». Fa una pausa, osservando l’espressione sgomenta del bambino, quindi aggiunge: «Come ti senti a proposito?»
«Sono triste per loro!», risponde subito il piccolo, senza neanche pensarci.
«Sei triste per loro, non per te stesso. Nell’amore per la natura non c’è nulla di egoistico»

Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato

lo hobbit giustoAbbiamo aspettato questo momento per tanti, forse troppi anni: il ritorno sul grande schermo di un’avventura tolkeniana era quasi diventata un’utopia per gli amanti del genere fantasy e del Signore degli Anelli, ma infine ce l’abbiamo fatta ed è con soddisfazione che posso affermare di essere riuscito ad assistere alla proiezione del film. Cercherò di esprimere le mie opinioni in merito, senza pretesa di rigore ed evitando gli spoiler per chi ancora dovesse vederlo.

“Lo Hobbit: un Viaggio Inaspettato” racconta delle avventure di Bilbo Baggins, zio del celebre Frodo, sessant’anni prima del ritorno di Sauron. Egli viene contattato da Gandalf il Grigio che richiede la sua partecipazione in una spedizione di tredici nani intenzionati a riprendere la loro antica dimora nella montagna dalle fauci del drago Smaug.

Vi è una sostanziale differenza, anche e sopratutto tra le versioni letterarie, tra Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli: mentre quest’ultimo ha dei toni seri, molto più epici, il suo preludio presenta tutte le caratteristiche di una favola: la trama è molto più lineare e in essa gli eroi viaggiano, incontrando di volta in volta un ostacolo sul loro cammino che devono superare per poter proseguire. Nonostante nel film venga menzionata, nel libro non vi sono riferimenti alla Terra di Mezzo nè a molti altri elementi che Tolkien stesso avrebbe introdotto in seguito. Peter Jackson, invece, ha deciso di unire la storia alla base delle avventure di Biblo con molte altre sotto-storie tratte da altre opere dello scrittore, tra cui i Racconti ritrovati e i Racconti incompiuti, arricchendo la trama di interessanti elementi in grado di impreziosirla e di sorprendere anche chi dovesse aver letto il libro da cui viene tratta la pellicola.

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Un plauso  va fatto al regista in merito ai tredici nani: sfido chiunque nel riuscire a scrivere un racconto in cui sono presenti così tanti personaggi senza finire per gestirli come un’unica, grande entità al seguito dei protagonisti principali. Jackson, tuttavia, è riuscito a dare un certo spessore ai compagni di viaggio di Bilbo e Gandalf, conferendo una personalità alla maggior parte di loro, facendoli così fuoriuscire dalla massa. Sempre per quanto riguarda i personaggi, vi sono molti graditi e spesso inattesi ritorni in scena di personaggi già noti. Gli amanti dell’universo tolkeniano non potranno fare a meno di apprezzare queste scene, in cui vengono approfonditi molti aspetti di alcuni dei personaggi più famosi e importanti. Per i veri appassionati del Signore degli Anelli sarà come vivere un flashback nel loro passato.

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Il film viene certamente promosso a pieni voti: il comparto sonoro è spettacolare, così come gli effetti speciali, la scenografia e il design delle armi e delle armature. Gli attori, inoltre, sono stati all’altezza della situazione. Come pecche, posso solo sottolineare una durata un po’ eccessiva che si aggira intorno alle 3 ore e qualche battuta un po’ forzata di tanto in tanto (Gandalf che parla di golf?). Inoltre devo ancora raccogliere pareri per quanto riguarda l’effetto 3D: nel cinema da me visitato non era un granché, anzi, ed ho letto altri commenti simili sparsi per la rete per quanto riguarda altre sale cinematografiche italiane.
Da come la vedo ora, penso che Peter Jackson potrebbe riuscire a chiudere la storia anche nel prossimo film, eppure ha dichiarato che quella di Lo Hobbit sarà una trilogia. Ciò mi perplime leggermente, ma staremo a vedere: con tutte le ramificazioni della trama che ha introdotto, non dubito che possa esservi ancora molto da raccontare.

Se non siete ancora riusciti a vederlo o avete ancora dei dubbi in proposito non esitate: Peter Jackson è riuscito a collocare una nuova pietra miliare nel variegato sentiero qual’è quello del genere fantasy.

Steampunk, questo sconosciuto

Il post che state per leggere ripropone la premessa che scrissi qualche mese fa per introdurre un racconto di tipo steampunk. Credo che rappresenti una lettura interessante, giacché in rete ho trovato davvero poche descrizioni che spieghino brevemente di cosa tratta questo genere narrativo.
Solo una piccola nota, prima di iniziare: ogni riproduzione del seguente testo deve includere il mio nome e dovrà essere preceduta dal mio consenso scritto (mandatemi una mail o semplicemente un tweet).


“L’opera che state per leggere trae i suoi maggiori spunti da un filone artistico, sia letterario che cinematografico, poco noto in Italia, seppur nel momento in cui si scrive esso stia lentamente uscendo dall’anonimato. Questo genere è noto come Steampunk e molti scrittori, nel corso degli anni, hanno tentato di tracciarne una descrizione esaustiva senza però riuscire a toccare che la superficie di quello che si scopre essere un vasto mondo.

Una delle mie definizioni preferite è la seguente: “l’atmosfera Steampunk narra di come sarebbe stato il passato se il futuro fosse accaduto prima”. Giocoforza di questo genere, infatti, è l’elemento anacronistico, spesso inserito in ambientazioni quali l’Inghilterra dell’Ottocento in piena rivoluzione industriale, terreno fertile per le nuove idee e per i possibili stravolgimenti tecnologici. Lo Steampunk narra di una scienza molto più sviluppata di quella realmente posseduta e in sé dipinge storie colme di macchine e ingranaggi mossi dalla forza del vapore, da cui il nome stesso.

http://fc08.deviantart.net/fs12/f/2006/339/5/8/Steampunk_Airship_Pilot__Det___by_homarusrex.jpgNoi viviamo in un’epoca minimalista, in cui il bello e funzionale è anche sinonimo di semplicità: la nostra tecnologia è dominata dall’elettricità e i nostri apparati e dispositivi sono sottoposti ad un’attenta opera di design per conferire loro un aspetto delicato, pulito e pratico. Nei racconti Steampunk, invece, le macchine che circondano l’uomo assumono fattezze grezze, sporche, rumorose: non si ha cura di nascondere gli ingranaggi e i componenti, di ridurre le emissioni di vapore, di lucidare le manopole di ottone o di conferire a tutto un aspetto meno traballante e ingombrante. E’ la magia di un’epoca immaginaria in cui l’uomo è troppo impegnato a correre dietro le sue idee per avere il tempo di perfezionare quelle precedenti, dove, parafrasando Nikola Tesla, l’intelletto umano è proiettato verso il miglioramento della sua condizione attraverso il dominio della mente sulla materia, sull’incanalamento delle forze naturali in favore del soddisfacimento dei suoi bisogni.

Come tutte le ere, reali o meno, anche questa ha le sue luci come le sue ombre, composte da tutto ciò che si sviluppa ai margini di una società esageratamente industriale, ma se così non fosse noi scrittori avremmo poco materiale su cui lavorare per creare le nostre opere.”

Errare humanum est

Viviamo in un mondo dove la perfezione non esiste in natura.

Non esistono perfetti conduttori o perfetti isolanti, non esistono superfici perfettamente adiabatiche, non esistono gas che obbediscano tutti alla stessa legge, non esistono piani senza attrito, non esistono fili elettrici che non modifichino la tensione del circuito, non esiste materia puntiforme, non esistono integrali completamente esatti, nè strumenti in grado di rilevare misure del tutto accurate. Sono un’utopia le macchine termiche e frigorifere che funzionino alla perfezione, esistono solo approssimazioni e modelli.

In un mondo così fatto, come si può chiedere all’uomo di essere perfetto, anziché sè stesso? Come si può farlo sentire in dovere di dover esprimere sè stesso attraverso la perfezione anziché delle sue sfumature grigie? Noi siamo i figli dell’imperfezione e il difetto è ciò che per noi diventa arte: rifugiamo tutto ciò che ci rende uguali, evitiamo categoricamente ciò che potrebbe separare la nostra mente dal nostro cuore e cerchiamo, anche inconsciamente, di mettere la firma della nostra anima in tutto quel che facciamo.

Siamo affascinati da ciò che non è perfetto: ci dedichiamo all’Arte e la veneriamo come un culto, in tutte le sue forme, e solo pochi sarebbero in grado di definire il prodotto artistico umanitario come un elemento secondario allo sviluppo della nostra cultura e del nostro Io. Siamo sicari dell’Amore e questo ricerchiamo, nonostante sappiamo tutta l’imperfezione che esso comporta, nella sua forma più umana.
Non guardiamo solo ai pregi, non sopporteremmo una vita senza sbagli. Necessitiamo di macchie, sbavature, errori, le nostre idee sono tutt’altro che parallele e finiscono per scontrarsi tra di loro molo prima dell’infinito. Eppure, eccoci qui: abitanti della Terra, figli del cielo e del cuore di fuoco del mondo, temprati tra la luce e il buio, tra il giusto e lo sbagliato, forgiati pieni di mancanze nella forma dell’Equilibrio.

Osservate con quanta previdenza la natura,
madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque
un pizzico di follia. Infuse nell’uomo più passione che ragione
perché fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso.
Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza,
la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui,
allegri e dissennati godrebbero felici di un’eterna giovinezza.
La vita umana non è altro che un gioco della Follia.
Il cuore ha sempre ragione.

Chimera

La chimera (dal greco Χίμαιρα, chímaira, letteralmente “capra”; in latino chimaera) è un animale mitologico con parti del corpo di animali diversi.

-Wikipedia

Non è facile essere, o cercare di essere, sia un artista che uno scienziato.
Se durante il giorno costruisco schemi mentali, solide strutture logiche per tenere in piedi il mondo, la notte mi impone di mandare tutto in pezzi. Se da una parte mi si insegna come smuovere i tasselli dell’universo, dall’altra mi si mostra il cuore dell’umanità. È una combinazione potente ed entrambe le mie parti sono in costante contesa tra di loro, in lotta per la supremazia della mia anima. Mentre scrivo, l’ha vinta la parte letteraria: di notte, senza il rumore del mondo esterno, essa riecheggia come una moneta caduta nel silenzio. E io continuo a creare e distruggere, giorno dopo giorno, luna dopo luna, e vengo così inclementemente diviso.

Come se non bastasse, mi ritrovo diviso sin dal sangue: parte di me è italiana, l’altra parte sembra rivendicare in maniera subconscia e preponderante le mie origini per metà britanniche. Mi ritrovo a vivere qui, in un posto che non mi piace ma di cui ho imparato ad apprezzare la lingua, mentre qualcos’altro dentro di me, non potendo venire fuori, si mostra attraverso i miei scritti, la mia religione, le mie preferenze in fatto di persone. Ogni volta che metto piede a Londra dal respiro sembro trarre il mondo intero, dalla gente e anche dai cartelloni pubblicitari sembro ritrovare qualcosa che la mia anima riconosce come perduto, quando visito la campagna circostante c’è una parte di me che non tornerebbe mai più indietro, quando mi incastro nel mosaico è già ora di rompere i vetri e ritornare a casa.

Mi chiedo se un giorno riuscirò a trovare un equilibrio fra tutte queste forze interne che, al momento attuale, mi plasmano in modi differenti. Sta di fatto che sono felice che le cose stiano così: mi rendono il mondo un posto ancora più interessante dove vivere.

Di spade e cattedrali

Era da un po’ di tempo che non postavo qualcosa sul mio blog: nè per poca voglia nè per dimenticanza, sia chiaro, ma credo che allo scrivere per non dire nulla, solo per riempire uno spazio bianco con parole senza senso, faccio meglio a lasciar tacere la penna (o, in questo caso, la tastiera!).
Conclusa questa breve premessa, quello a cui voglio dedicare questo breve post è una piccola recensione sugli ultimi due libri (sui ventidue che ho letto dall’inizio dell’anno ad ora) che mi sono capitati tra le mani.

Il titolo del primo è La Spada di Shannara, di Terry Brooks.
Questo volume è il primo capitolo con cui l’autore ha dato vita alla sua famosa saga e per questo è considerato una pietra miliare del genere. Brooks viene, difatti, considerato “il padre del fantasy moderno” e, ad essere franco, dopo aver letto le circa seicento pagine di cui è composto il libro…mi chiedo il perché.
La prima parte della storia mi ha annoiato terribilmente e solo uno sforzo di volontà, nato dal mio desiderio di conoscere bene il campo in cui dovrò muovermi se intendo diventare un autore di genere, mi ha permesso di andare avanti: una trama non appassionante farcita di descrizioni talmente voluminose e di importanza superficiale da essere in grado di nebulizzare l’attenzione del lettore in poco tempo. Dopo la prima metà la storia si riprende bene, sino a diventare quasi avvincente verso la fine, ma la considerazione generale che permea la lettura è quella di star leggendo Il Signore degli Anelli scritto da un’altra mano: una compagnia di avventurieri in viaggio sino ad una terra ostile a causa di un artefatto dal potere di distruggere il cattivo che è riapparso dopo molti anni di silenzio, il vecchio saggio dai poteri magici che guida il gruppo, la rottura di quest’ultimo, la guerra finale.
Come conclusione, l’ho trovato un po’ pesante a causa delle descrizioni e a causa della sua somiglianza col capolavoro Tolkeniano che non lascia in uno stato di rapimento che porta a chiedersi cosa stia per accadere, ma alla fin fine è una lettura graziosa. Probabilmente ha semplicemente deluso le mie aspettative.

Il secondo libro di cui voglio parlare è Notre-Dame de Paris, di Victor Hugo.
C’è da fare una considerazione preventiva: questo di cui parlo è un classico ed è stato scritto alla fine del 1800. Altri tempi, altri lettori, altre esigenze.
La storia è una meraviglia che appassiona ogni oltre immaginazione. Seppur sia un fan del musical, le due storie si discostano molto tra di loro.
Le vicende, i sentimenti dei personaggi, l’ambientazione sono raccontati con maestria e coinvolgono il lettore. Il dolore di Don Claude Frollo nel non potere avere per sè l’Esmeralda viene rievocata nel petto di chi legge, la furia di Quasimodo nel vedersela portata via lascia fremere le mani che stringono il libro. Una storia quasi perfetta coronata da una conclusione magnifica, la cosa più triste e straziante che abbia mai letto.
Seriamente, gente: mi ha strappato una o due lacrime (e non piango per un libro da quando a tredici anni ho letto I Ragazzi della Via Pal!).
L’unica pecca di questo romanzo è, anche qui, la presenza di un certo volume descrittivo non consono alle esigenze che noi, lettori del ventunesimo secolo, cerchiamo in un libro. Ben due capitoli di pura descrizione ingrassano la storia, di cui avrei ben volentieri fatto a meno: il primo descrive Parigi in ogni suo minimo dettaglio, compie una panoramica su ogni edificio, ogni strada, ogni angolo della città illustrandone l’architettura in ogni suo aspetto. Il secondo, invece, impiega lo stesso numero di pagine per spiegare e ripetere che l’invenzione della stampa, con la sua accessibilità, avrebbe cambiato il modo dell’uomo di scrivere la sua storia, che prima si concretizzava con l’architettura.
Ad ogni modo vi ho riflettuto sopra e credo che oggigiorno, a differenza del periodo in cui questo è stato scritto, ci basti uno sguardo su Internet per scoprire il volto di un posto. Penso che l’autore avrebbe evitato una così calda descrizione, se fosse vissuto in tempi successivi in cui la gente non ne avrebbe sentito il bisogno.
Queste sono le mie considerazioni. Non sono un critico, nè sono solito scrivere recensioni, ma sentivo di farlo in quanto sono stati due libri che mi hanno seriamente spinto a commentarli.
Provateli, se potete e volete, e ditemi la vostra. Sono curioso di sapere se la mia opinione si incontra o scontra con quella di qualcun altro.