Category: Memoria


My_Sad_Little_Christmas_Tree_by_shizzoMi manca fare l’albero di Natale insieme ai miei genitori.

Si passava tutto il pomeriggio nel salotto: dopo aver spostato i mobili, mio padre spingeva il vaso fino all’angolo e dopodiché impiegavamo il nostro tempo a decorarlo. Per prima cosa, mio padre si occupava delle luci, quindi si faceva da parte lasciando a me e a mia madre campo libero. Il mio compito era quello di appendere le palline ed era un incarico in cui mettevo tutta la mia dedizione: cercavo di posizionarle sempre alla giusta distanza, scegliendo con cura i rami, pungendomi i polsi con le foglie aghiformi. Sceglievo il tipo di palla, cambiavo i gancetti di plastica quando questi erano rotti, mettevo le mie preferite davanti e le altre dietro. Non appena eravamo soddisfatti del risultato, si spargevano le stelle filanti. L’ultimo passo consisteva nel collocare la stella sulla cima dell’albero: anche questo era un incarico che ricadeva su mio padre, il quale era l’unico abbastanza alto da riuscirci. A quel punto mia madre passava l’aspirapolvere per ripulire il pavimento dai mille aghi di pino che erano caduti per terra e quando aveva finito io la aiutavo a riporre tutto il materiale nelle scatole, che poi andavano conservate da qualche parte in balcone.

Non importa quante altre decorazioni fossero collocate per casa, o quanto magnifico fosse il presepe di mia madre: per me era l’albero il vero simbolo del Natale. Ogni volta che passavo dentro o vicino al salotto, il fresco profumo che emenava mi inebriava. Amavo sdraiarmi sul divano, sotto i suoi rami, per giocare o per pensare, alle volte rivolgendogli la testa e certe altre volte i piedi, con la luce accesa o spenta per meglio osservare i led alternarsi in una caleidoscopia di colori. Quando la sera volevo guardare un film, ricordo che quelle luci intermittenti non le spegnevo neppure perché, nonostante si riflettessero sullo schermo del televisore, mi infondevano un senso di pace e di serenità.

Adesso, una ventina d’anni dopo, varco la porta di casa nel cuore della notte e l’albero, per la prima volta in vita mia, non c’è più. La sua assenza è palese e l’aspetto piatto della stanza, la sua atmosfera inodore, mi tocca i ricordi come una mano che mi sfiora il cuore. Mi guardo intorno, percepisco il vuoto che regna nell’angolo che a lui era dedicato, quindi inizio a rievocare i ricordi, i quali si accendono come un film che viene proiettato intorno a me nella stanza in cui mi trovo: le scatole aperte per terra, io bambino che salto da una parte all’altra, mio fratello che si protende, piccolo, per arrivare ai rami, i miei genitori che si affannano per starci dietro. Immagini eteree che giocano intorno a me, svanendo lentamente come le note del cd di Natale, ogni anno sempre lo stesso, che ascoltavamo quel giorno.

Mi siedo per terra, così come sono.
La vita passa troppo in fretta.

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Parole

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La parola è lo strumento più potente che sia mai stato concesso all’uomo.

Spesso e volentieri la prendiamo per scontata e ciò ci porta a sottovalutarla, ma se solo ci fermassimo a riflettere su quanta potenza è trattenuta al suo interno, avremmo di che riconsiderarla. Non stiamo parlando di un mero artifizio del linguaggio, sia esso scritto o parlato: la parola è molto più di questo, riesce a smuovere energie e a modellare il mondo intorno a noi, contribuendo alla costruzione del grandissimo puzzle visibile e invisibile nel quale ogni giorno ci muoviamo.

Tale è la potenza delle parole, visive o sonore: separano l’immaginario dal reale, il frutto della mente dalle entità del mondo, l’inesistente dall’esistente. Una volta che vengono pronunciate, o scritte, non possiamo più ignorarle come se fossero pensieri volatili, perché da quel momento ci sono. Nel momento in cui esse fuoriescono da noi per entrare nel mondo, in un certo qual senso lo cambiano per sempre, rendendoci allo stesso tempo creatori, modellatori e distruttori. Basta pensare alle parole che hanno cambiato il mondo, che hanno smosso le masse, che hanno trasformato la storia dell’umanità. Le parole possono ispirare e demotivare, farci fare i conti con noi stessi, aprire e chiudere orizzonti. Gli uomini vivono e muoiono per delle parole, sono disposti a battersi per esse e solo perché, dopo essere nate nella mente di qualcuno, sono state messe al mondo e, così facendo, rese reali.

Ed io mi osservo nello specchio, seduto nella penombra della mia stanza nel cuore della notte: la camicia sbottonata, una mano tra i capelli, la manica aperta che ne copre il dorso, l’aria stanca e un sospiro tra le labbra.
Le parole, queste maledette.

Parole

Scogliera al tramonto

Avevo altre cose da fare.
Posti dove andare, gente da sentire, telefonate da comporre, quadernoni da riempire, codici da scrivere. Ero pieno di impegni, in effetti, ma devo ammettere di essermi reso conto che se fossi sparito per qualche ora non avrei fatto un torto a nessuno, tranne che a me stesso. Dunque, ho girato il volante nella direzione opposta e ho cambiato strada.

Questo posto è solo leggermente fuori mano, ma resta sempre una tappa imperdibile almeno una volta durante l’estate. Il paesino non è nulla di che, ma in fondo ad una strada pedonale, al di là di un recinto di legno e un sentiero nella terra, si trova una scogliera di incredibile bellezza. È lì che mi sono diretto, mentre il sole si accingeva a tramontare, lentamente e inesorabilmente. Sulla cima della salita si trova un piccolo santuario che ho aggirato per potermi accucciare direttamente sulle rocce e poter guardare senza vincoli davanti a me. È stato lì, sulla cima del promontorio, con il vento salmastro che mi soffiava contro, che ho potuto ammirare lo spettacolo delle onde che si infrangevano rombando contro gli scogli, parecchi metri sotto di me.

Sant Elia

Quel luogo, dove giungono solo i suoni del vento e del mare, è uno di quelli in cui mi piace stare in silenzio a riflettere, quando ne sento il bisogno. Posso sedermi contro il volto primigenio della terra, scattare qualche foto e allontanarmi dal ronzio della città, dai suoi fastidiosi rumori di sottofondo.
Ed allora rifletto. Tanto. A lungo. Rifletto sulla direzione in cui sto andando, controllo per vedere se è tutto a posto, mi prendo qualche minuto per analizzare ciò che ho intorno e per bilanciare le variabili della mia vita. Noto che, a differenza dell’ultima volta, c’è una strana nota all’interno della mia sfera di quiete interiore: una sorta di corda pronta a vibrare, ad emettere un suono. Che tipo di suono, ancora non lo so: potrebbe essere una nota musicale che si armonizzi con la mia pace, oppure una dissonanza che la metta in agitazione. Sorrido lievemente, perché la sua presenza non mi è di certo passata inosservata. Anzi, proprio di recente qualcuno mi ha consigliato di farvi attenzione.

Tuttavia, una volta Henry David Thoreau scrisse:

Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero vissuto.

Sia mai che io un giorno mi guardi alle spalle e mi renda conto di non aver vissuto! Alle volte bisogna rischiare tutto per arrivare da qualche parte, ma alla fine più che dare il meglio di noi stessi, non possiamo fare. In questo momento, sento di avere abbastanza energie in corpo per dare quel meglio. Ho una buona motivazione per farlo, ho intorno chi lo merita. Il risultato finale è tutto da stabilire, ma se anche dovessi fallire nel raggiungere la mia meta, non si possa mai dire che è accaduto per colpa mia e del mio mancato impegno. Nel bene o nel male, si combatte sino alla fine.

A mano a mano che il tramonto avanza, il cielo diventa rosso. Non però di quel piacevole colore che preannuncia la scomparsa del sole, bensì un rosso arido, di fuoco. Neanche il tempo di riuscire a formulare questo pensiero, che le nuvole si addensano nel cielo ed iniziano a riversare su di me un sottile manto d’acqua. Sento le gocce picchiettarmi contro le spalle e la testa, ma non mi muovo: resto ancora a guardare l’orizzonte, mentre sottili rivoli d’acqua iniziano a scorrermi lungo il busto e una guancia. Il mare sotto di me ruggisce, disinteressato a tutto questo, continuando il suo assalto contro la costa.

Sento di non avere più nulla da fare lì, dunque infracidito mi alzo e mi allontano a passo lento, quasi come se la pioggia non esistesse, verso il sentiero che conduce a valle della scogliera.
Ho una battaglia che mi attende e non vedo l’ora di impugnare le armi.

 
 
Fotografia concessa in cortesia da Fabio Sciacchitano

Vento di scirocco

img_1113Eccomi qui, ancora una volta, di fronte a me stesso.

Sono le due del mattino e, giustamente, non riesco a prendere sonno. È così che decido di salire in terrazza, vestito come sono, e sedermi contro la notte ad ascoltare il silenzio. Sotto di me, la città si stende ai miei piedi: le strade sono deserte e neanche un gatto o un cane ne animano gli anfratti rischiarati dai lampioni messi in fila. I palazzi sono muti e dalle poche finestre ancora illuminate non provengono che suoni attenuati, nel rispetto della notte. Con le gambe penzoloni di fronte a me, sposto la vista in lungo e in largo, ammirando la maestosità di questo incantesimo millenario che, giornalmente, mette a riposo l’arteria pulsante e vibrante di vita che è la città. Stanotte la temperatura è abbastanza alta e soffia un forte vento di scirocco, caldo e arido, che mi godo in pieno.

Mi sdraio con la schiena contro il parapetto e mi unisco al coro di silenzio, entrando a far parte di quella grande orchestra che riproduce il sottofondo sonoro del luogo. Qua in alto, sopra i palazzi, col vento che mi porta il calore dell’Africa, sono in parte me stesso e in parte tutto il resto del mondo. Alzo gli occhi: sopra di me capeggia qualche stella, parzialmente celata dal caos di luci che cancellano alla vista il firmamento. Rimango a guardare quelle poche superstiti, mentre rifletto sulla mia giornata e sul perché, a quest’ora, mi trovo qui anziché nel mio letto.

Ieri notte ho fatto un sogno. Un sogno che non volevo fare. Un sogno che non dovevo fare. Se chiudo le palpebre riesco a rivederlo perfettamente e riprodurlo come in una moviola, fermarlo, riavvolgerlo, farlo ripartire. Vedo una mano, quella maledettissima mano bianca dalle piccole dita, che mi cerca nel vuoto. Una voce che riesce a far risuonare una corda direttamente nel mio cuore, rievocando qualcosa che avevo messo da parte. Non vedo alcun paio d’occhi, per mia fortuna, ma sento delle labbra che mi cercano di loro iniziativa e che scopro di ricordare perfettamente. Per la prima volta, io non vado loro incontro. Poi quel fantasma si abbraccia alla mia schiena, mentre io, distaccato e solo per metà interessato, guardo altrove: verso la folla, verso la gente che mi passa accanto guardandomi con disappunto. Ed è proprio quella delusione a pervadere l’ambiente di cui sono il centro e che anch’io sento in cuor mio: mi deludo da solo per essere ancora seduto su quella panca onirica, con quel fantasma sulla schiena, con quella nota vibrante nel cuore, con gli occhi fissi verso il nulla. Poi quella delusione va oltre, fuoriesce dal sogno e raggiunge il mio Io cosciente. Eppure non mi va di essere ipocrita e lo ammetto: un po’ mi manca quel fantasma, che non vedo più da molti, molti mesi.

Eppure…

Richiudo gli occhi, incrocio le mani dietro la nuca, apro le braccia e inspiro a fondo: l’aria della notte, dello scirocco, delle stelle e del silenzio. Il respiro fluisce, portandomi quell’afa siciliana dritta nei polmoni, e improvvisamente mi ritrovo a sorridere perché mi rendo conto che il punto in cui sono è esattamente quello dove dovrei essere. Qui mi sento bene e, soprattutto, me stesso.
Non ce ne facciamo nulla della felicità, se non abbiamo la serenità.

So leave the memories alone
I don’t want to see
The way it is, as to how it used to be
Leave the memories alone, don’t change a thing
And I’ll hold you in my memory

Fuel – “Leave the Memories Alone”

Con l’animo sereno lascio il terrazzo, la città e il vento di scirocco alle mie spalle per andare a dormire.

Equilibri dell’anima

2014-04-13 12.07.06Sono seduto al centro della radura: intorno a me si snoda un pianoro fiorito che diverge in tutte le direzioni, prima di incontrare l’anello di alberi che lo racchiude e separa dal resto del bosco. Le fronde smeraldinee splendono di vitalità sotto il sole di primavera e si estendono ovunque cada l’occhio, seguendo la forma della montagna, incorniciandone il profilo e carezzandone la superficie di terra e pietra.

Alzo gli occhi verso il sole di mezzogiorno che si trova proprio su di me e che sbaraglia con la sua luce ogni traccia dell’inverno appena concluso. Il cielo, azzurro e terso, riecheggia del canto degli uccelli, delicato all’udito. Se il paradiso ha un suo sottofondo musicale, sono sicuro che sia questo: una lieve melodia che mi induce a chiudere gli occhi e a riempirmi di questo spazio, di questo tempo, sradicandomi dalla civiltà che mi fa perdere il contatto con questo capolavoro della creazione. Come ingegnere, impallidisco: mi rendo conto che nulla di ciò che potrò mai realizzare sarà anche solo paragonabile, in bellezza, a tutto questo.

Nel mio silenzio, che diventa parte del suono del mondo, ringrazio per ciò che ho: il calore e la luce che giungono a sollevarmi l’animo, la quiete a cui il mio spirito tanto anela, la pace di questo luogo isolato dal mondo. Mentre mi perdo nella contemplazione, cancellando ogni altro pensiero dalla mente, riesco ad udire, da qualche parte all’interno dell’anello di alberi, i miei amici, i miei fratelli, scherzare tra di loro come se nient’altro esistesse all’infuori di questa radura: i problemi, le preoccupazioni e i timori svaniscono e ci ritroviamo con il cuore aperto dinnanzi al volto primigenio della Terra. Sorrido per ciò che sento e anche perché non sanno che, in questo momento, la mia matita scorre sul foglio tracciando parole che parlano di loro. Rifletto e penso che questo non durerà: finora la vita mi ha benedetto con il tempo per poter vivere insieme a loro, ma quanto ancora ne avrò a disposizione? Poco, temo. Troppo poco. Ma c’è qualcosa che non potrà mai venir meno: a molti anni da ora, nella vecchiaia della mia vita, quando il mio mondo si sbiadirà per fare posto al nuovo, questo è ciò di cui mi ricorderò, quello che tornerà alla mia memoria mentre, in attesa dell’ultimo respiro, mi chiederò se ho vissuto al meglio la mia vita, se sono riuscito a trovare la felicità da questa esistenza. Non il successo, il fallimento, i dolori e le gioie, non le perdite e gli amori, non le emozioni date e quelle tolte, nè i baci ricevuti o desiderati. Di quanti abbracci mi sarò dimenticato? Quanti i litigi che cadranno nell’oblio? Ma questo giorno rimarrà per sempre, proprio per ciò che rappresenta.

raduraInspiro a fondo e racchiudo questo momento, lo fotografo nella mente, lo cristallizzo nel cuore: la pace della Natura e i miei amici che, non vedendomi, si chiedono dove io sia. Ma io sono proprio qui: in mezzo a questi cespugli che non si elevano più in alto di me, inginocchiato contro la nuda terra, a ringraziare la vita.

Forse riesco a rinascere. Forse, questa volta, ho ritrovato la primavera. Ma una cosa è sicura: anche nei momenti peggiori, finché avrò a disposizione quei tre ragazzi e un angolo di Natura, sono in una botte di ferro.

Echi di primavera

monte-le-reti-sole-1Oggi sono terribilmente irrequieto.
Forse il motivo lo conosco: il sole splende caldissimo, senza che un refolo di vento riesca a infreddolire la giornata. Dalle finestre della biblioteca della facoltà, le fronde degli alberi risplendono di un verde smeraldineo, quasi come se si fossero risvegliate sotto una nuova luce. Le nuvole bianche in cielo formano un circolo sopra la mia testa, racchiudendo l’orizzonte e lasciando un varco azzurro proprio davanti all’astro dorato.

Tra poco dovrò affrontare l’ultimo esame del semestre, ma penso di essere arrivato a stancarmi proprio nel corso della volata finale: dopo più di un mese passato introdottamente sulla materia, la mia testa non ne vuole più e reagisce ai raggi quasi primaverili ribellandosi alla staticità della mia postura in sala studio. Cerco di riprendere in mano le redini della mia mente, ma questa scalpita incontrollabile. Sopraffatto dagli eventi, poso tutto ed esco.
Solo pochi minuti dopo sono seduto sotto quell’amichevole calore, sul bordo di ciò che qui viene chiamata la “piscina” dell’Università. L’acqua gorgoglia e un profilo di alberi e denti di leone incorniciano la mia vista, mentre il riflesso della luce sull’acqua limpida intensifica la canicola mattutina.

piscina

È da troppo tempo, ormai, che la mia quotidianità sembra ristagnare intorno alla propria routine. Casa, università, pc, amici. Sempre le stesse cose, in un ciclo ricorsivo da cui non riesco ad uscire. Esco di casa e non vedo l’ora di tornarci, rientro e mi sento oppresso da queste mura e smanioso di uscire di nuovo. Per andare dove, poi? L’unico luogo dove vorrei veramente andare mi è irraggiungibile al momento. Dunque sto qui, schiena contro il muretto e le scarpe ad un soffio dall’acqua, ad ascoltare i suoni di questa giornata, a ricercarne l’essenza nel vano tentativo di assorbirne un po’.

Apro il Kindle e cerco di distogliermi da tutto quanto: dalla materia, dall’esame tre meno di ventiquattr’ore, dagli impegni, dalle aspettative e dalle preoccupazioni. Tra il sole e le righe del libro, cerco di distogliermi completamente dalla mia routine e di spezzarla, in modo stupido e insensato: ciò di cui ho bisogno è rompere questo anello, non importa come. L’importante è darmi una via di fuga da questo mulinello composto da giorni sempre uguali: una volta giunto a questo, tutto il resto seguirà con assoluta certezza.

Sono rimasto un po’ indietro, mentre tutti gli altri sono andati avanti. Dovrei posare i libri, smettere di scrivere, disimpegnarmi da tutto ciò che è importante per far spazio, per un poco, a ciò che non lo è.: solo così posso sperare di riuscire a ritrovare un po’ della vitalità perduta che al momento riesco solo a vedere proiettata nella natura intorno a me.

Stanotte avevo semplicemente voglia di vedere il mare.

Sono passate quattro ore dalla mezzanotte e la città è ormai avvolta nel sonno: il silenzio permea le strade e il debole ronzio dei lampioni è l’unico suono che tenta, debolmente, di attraversare l’aria. Anche il vento è muto: le fronde degli alberi giacciono immobili, anch’esse immerse in un sonno profondo, e non si curano della mia auto che, unica e solitaria, percorre le strade alla blanda velocità di una manciata di chilometri orari. Come potrei andar più veloce, d’altronde? Mi trovo alla presenza del mondo addormentato, pallido sotto le stelle e vulnerabile come non mai. Lo guardo dormire, trattenendo il fiato come per paura di svegliarlo mentre guardo il suo petto alzarsi e abbassarsi seguendo il respiro del pianeta.
È a quel punto che decido che non voglio tornare a casa.
Giro il volante e imbocco un viale alberato, scivolo silenziosamente tra le strade e, infine, mi rendo conto che ho una voglia assurda di vedere il mare. Si, alle quattro del mattino di un venerdì in pieno inverno.

Ho sempre avuto un sommo rispetto verso coloro i quali riescono a condurre una vita all’insegna della logica e trovo che essa sia una facoltà da cui non si può prescindere nella vita, ma trovo che la totale mancanza di irrazionalità privi l’uomo di una parte della sua natura, quello strato emotivo da cui sembra essere più facile trarre la felicità: se si smette per un istante di guardare al mondo con gli occhi del matematico, vedendolo come un’insieme ben definito di leggi e di cause ed effetti, e si inizia invece a trovare grazia nei dettagli irrilevanti, come si può non rimanere meravigliati di qualcosa che abbiamo ogni giorno sotto agli occhi senza accorgercene, ovvero la pura essenza delle cose?

Insomma, avvolto dai pensieri attraverso tutta la città e vado oltre, fino alla spiaggia. Apro i finestrini per far entrare l’aria salubre e ghiacciata delle ore che precedono l’alba e già mi godo il suo preludio fatto di sciabordii d’onde e versi di gabbiani insonni. Trovo uno spiazzo e mi fermo, quindi scendo dall’auto e mi arrampico sulla balaustra in ferro, sedendomi in direzione del grande blu, stringendomi nella giacca.

Il mare, stanotte, è meraviglioso.

AspranotteIl vento freddo carezza la superficie d’acqua, sollevandola giusto il necessario perché questa, al contatto con la riva, si scomponga in schiuma bianca che tenta di protendersi verso la terraferma prima di venire trascinata indietro con decisione. Una volta, due volte, tre volte. Sembra quasi che l’acqua stia vivendo una vita all’insegna della fuga, come se passasse la sua intera esistenza a cercare di raggiungere la spiaggia e che, infine, vi si aggrappasse con tutte le sue forze solo per venire tirata indietro per le caviglie dal resto dell’oceano.
Alzo gli occhi: l’orizzonte si confonde nel blu della notte, mescolando mare e cielo, e non so più dire quale delle due sto guardando in un determinato momento. Volgo il capo a destra e a manca e scorgo le luci del lungomare della città, completamente deserto. Poco più in basso, sulla rena, alcuni pescatori avanzano verso le logore barche di legno, preparandosi a prendere il largo. In tutto il resto del mondo, solo il silenzio. L’aria salmastra mi investe e mi riempie le narici, donandomi un rassicurante senso di conforto. Eccolo, il respiro della Terra. È questo, il lento inspirare ed espirare che proviene direttamente dal cuore del mondo.

Nel frattempo, penso. Arriva quel momento in cui tutto cambia e lo capisci non perché muta l’evidenza, bensì poiché è l’inevidenza quella palesemente alterata. Non reagisci più allo stesso modo, non subisci i colpi come facevi una volta, e ti domandi come si siano allineati gli ingranaggi della vita, l’orologeria della propria esistenza. Ma è proprio per questo che, inconsciamente, forse mi sono spinto sino al limite dell’oceano: per ricordarmi quanto piccoli siano i tic tac di quelle lancette di fronte all’immensità dell’universo.

Non so dire quanto tempo sono rimasto seduto su quella ringhiera di ferro rovinata dal sale. Forse mezz’ora, forse di più. Il profumo e il suono delle onde mi rilassano e mi placano la mente accelerata, sincronizzando i miei pensieri con i loro ritmi placidi e tranquilli. Non c’è alcun domani, nè alcun passato: vi è solo il momento presente e vi assicuro che me lo sto godendo in pieno, in un modo talmente irrazionale e illogico da riempirmi lo spirito. È proprio questo il guaio della logica: ad ascoltare lei, scendere in spiaggia alle quattro del mattino, in pieno inverno, nel bel mezzo della settimana, è stato uno dei gesti più stupidi, irresponsabili e irragionevoli che potessi fare. Se l’avessi ascoltata, sarei tornato a casa e mi sarei andato a coricare, terminando la giornata e risvegliandomi il mattino dopo. Invece non l’ho fatto e ho creato qualcosa di eterno: un ricordo. Non fraintendetemi: sono un estimatore della logica, d’altronde sono un ingegnere informatico e questa è una professione che si basa interamente sugli schemi mentali. Ogni tanto, però, credo sia un bene concederci di fuggirne per andare ad esplorare le infinità dell’animo umano che, credetemi, di sensato hanno ben poco.

Noi scrittori siamo completamente fuori di testa.
Ma al mare, stanotte, non importa.

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Una delle più grandi ed ineluttabili verità della vita riguarda la finalità dell’esistenza, dell’entropia, del caos in cui infine, prima o poi, ci schiantiamo quasi senza rendercene conto. Un caos vario, multiplo e stratificato, fatto di gioie o di dolori, ma anche di tutte e due, mescolate nell’agrodolce sapore della malinconia.

La grande verità è che le montagne si spaccano, i castelli cadono, gli angeli piangono. Passiamo la nostra vita ad erigere barriere, difese e protezioni, ad assicurarci la nostra incolumità in questa esistenza carica di pericoli, ma non possiamo avere sempre il controllo su tutto. Eventualmente, nei muri si formano delle crepe: alle volte ce ne accorgiamo, alle volte no. Alle volte decidiamo di riempire quelle fratture, altre volte non lo facciamo: forse per pigrizia, forse per paura di iniziare a rattoppare la nostra vita, trasformandola in un patchwork di errori e dolori ricuciti, forse ancora per avere uno spiraglio da cui guardare fuori, senza essere costretti a dover salire sui camminamenti e osservare tutto da una prospettiva innaturale. Con gli occhi al livello del suolo, anziché in aria nel cielo, riusciamo a vedere di meno, ma al tempo stesso di più: i dettagli, le sfumature, i particolari che danno senso a tutto quanto.

47270_4119397176303_1654960531_nVorrei davvero riuscire a raccontare tutto quello che mi sta succedendo in questo periodo. Sono tempi strani, in cui le mura si riempiono di crepe: gli attacchi peggiori non sono quelli che provengono dall’esterno, bensì dall’interno. I dolori celati crepano le maschere che indossiamo, in un disperato e tenace tentativo di rivelarsi, offesi dall’essere stati nascosti all’occhio del mondo: anche essi vogliono la loro parte, litigano scalmanati per avere il palcoscenico ed a nulla serve cercare di impedirgli di entrare in scena.
Sono tempi irrequieti, colmi di pensieri e per nulla rilassati: un nervosismo sottile e subdolo, che trama proprio sotto la pelle, tanto leggero quanto onnipresente in ogni momento della giornata. Sono tempi di sentimentalismi bruciati, di angeli calpestati e della muta e inerte impotenza di fronte allo scempio dell’uomo che offende, di suo proposito, il divino. Sono tempi di risposte che seguono le domande, una situazione non banale e assolutamente mai scontata. Sono tempi in cui cerco, con tutto me stesso, di impedirmi di cambiare, poiché “facilis descensus Averni” ed essere meno buoni e spontanei può sembrare spesso la soluzione, quando in realtà mi porterebbe solo a regredire ciò che sono.

È tempo di richiudere quelle fratture nelle fortificazioni: da solo, giacché ho bisogno di ritorvare il mio equilibrio e uscire da questa condizione d’irriquietezza. Mi hanno sempre accusato di chiudermi molto nelle mie difese, così ho provato ad aprirmi, per una volta in vita mia. Forse non ero pronto per tutto ciò che è straripato all’interno, forse quello che ho trovato dall’altro lato mi ha spiazzato nel profondo, strappandomi violentemente dalla mia comfort zone.
Per il momento, le porte torneranno a chiudersi. Prego con tutto il cuore che un giorno, quando sarò più preparato di adesso, riuscirò a dischiuderle nuovamente.