Category: Memoria


È tutta colpa di Word.
Quando i programmatori di Microsoft lo crearono, per poi perfezionarlo gradualmente nel corso degli anni, hanno dimenticato di aggiungere una funzione che si sarebbe rivelata vitale per molte persone. Quando il programma di videoscrittura viene avviato per la prima volta, l’utente dovrebbe essere notificato con una finestra di dialogo che lo informi dei doveri che dovrebbero ricadere su di lui nel caso in cui ciò che digitasse si dovesse, un giorno, trasformare in un’opera pubblicata.

Personalmente, la prima volta che mi sedetti davanti al computer per iniziare a digitare le prime pagine di “Prect en Rahkoon: Spettro di Ghiaccio“, non pensai neanche minimamente a ciò che sarebbe accaduto se davvero, un giorno, questo si fosse ritrovato in libreria. Così come non lo presi in considerazione allora, così continuai a fare per gran parte del tempo. Con la mia mente da adolescente, al massimo mi immaginavo intento a tenere una presentazione, fiero nel mio momento di gloria: era quella una visione che mi ha sostenuto parecchio nel corso del lungo, interminabile lavoro che mi sono trovato di fronte. Quando sono stato contattato per firmare il contratto editoriale, continuai a non pensare a quel fatidico “dopo”. È un po’ come le cose spiacevoli della vita: non ci pensiamo mai davvero finché non ci toccano da vicino.

SenzanomeInevitabilmente, tuttavia, è giunto il momento di dover prendere in seria considerazione ciò che comporta l’aver pubblicato un libro, per di più esordendo con una piccola casa editrice. Non è stata un’illuminazione improvvisa, bensì una graduale presa di coscienza di ciò che sarebbe venuto dopo: l’organizzazione delle presentazioni, dei luoghi dove si sarebbero tenute, degli ospiti, dei rinfreschi, delle slide da portarmi dietro. I viaggi, gli spostamenti, la logistica, i pernottamenti organizzati all’ultimo minuto, l’amaro in bocca un attimo prima di salire sul palco, il nervosismo che segue la vista del pubblico, la sgradevole sensazione di ritrovarsi dall’altra parte della sala, quella a cui non sono mai stato abituato. I compromessi, le mail mandate con l’acqua alla gola, la preoccupazione di aver tralasciato qualche dettaglio importante. La preparazione dei volantini e dei manifesti, il giro dei negozi per richiedere il permesso di affissione, il blocco mentale nel momento di cercare idee originali per le dediche. La campagna pubblicitaria, l’elenco delle persone e delle organizzazioni da contattare, le entrate sempre inferiori alle spese, agli investimenti.
Nonostante tutto non sono la persona più estroversa del mondo e l’idea di dover uscire così tanto dalla mia comfort zone, per un attimo, mi ha spaventato.

Per aspera ad astra, tuttavia: verso le stelle, attraverso le asperità. Se questa è la mia strada, la percorrerò. Forse non sono dotato di molte virtù di cui dovrei disporre per condurre appieno questa parte della mia avventura: non sono un organizzatore di eventi, non sono un ottimo oratore, non sono di certo un venditore. In fondo, quale scrittore lo è? Non veniamo sempre dipinti come persone strane, un po’ chiuse, artigiani di emozioni che non temono l’isolamento e il perdersi nella contemplazione dei mondi che hanno dentro? Eppure, la necessità mi richiede che io riesca a ricoprire tutti questi ruoli.

Ho organizzato eventi, ho parlato in pubblico e ho venduto. Sono salito sul palcoscenico, solo per scoprire che l’amaro nella gola era destinato a scomparire nel momento in cui avessi fatto il passo in avanti, verso chi era seduto di fronte a me, in attesa delle mie parole. Il batticuore che mi stava pompando il sangue nelle vene si è placato, sostituito da una ferma determinazione: “Questa cosa va fatta”, mi sono detto, e l’ho fatta per davvero. La mia prima presentazione è andata benissimo: non sarà stata perfetta, ma ne ho imparato qualcosa che potrò sfruttare per la prossima e quella dopo ancora. Ho posato il microfono con soddisfazione: avevo fatto il passo, e l’altro lato non era così buio come avevo creduto.

Fear-of-Public-Speaking-imageLo scrittore è un comunicatore: così ho letto, di recente, in un articolo online. Credo sia proprio vero: non ci si può limitare a mettere tutto su carta. Per quanto buono possa essere il risultato, ci sono altre cose da fare per poter dare alla propria opera la possibilità di avere successo: se ne può anche fare a meno, è certo, ma le conseguenze mi spaventano molto di più di quanto non lo avesse fatto l’idea di parlare di fronte ad una platea.

Ma dopo tutto questo viaggio, dopo tutta la strada che ho dovuto affrontare per arrivare sino a qui, dopo tutti gli ostacoli che ho dovuto attraversare, le energie che ho dovuto spendere e le notti in bianco che ho dovuto passare, non sarà questo nè altro a fermarmi, dovessi anche dover affrontare tutte le mie più grandi paure.

Io sarò ciò che il mio universo ha bisogno che io sia.

 

Eden

logoedenSono di ritorno da due giornate tremendamente stancanti, seppur parimenti spettacolari.
Nella mia lunga carriera da nerd, per di più specializzato in giochi di ruolo, mancava ancora una delle esperienze di gioco più estrema: il live. Per chi non sapesse cosa sia, si tratta di un’interpretazione dal vivo dei propri personaggi e delle situazioni e ambientazioni che essi vivono. Ho deciso di provare anche quest’esperienza, dopo aver sentito parlare di questo gruppo di ragazzi che organizzavano eventi di questo tipo e che si riuniscono sotto il nome di Progetto Eden.
Contrariamente a quanto si pensi, questo LARP (Live Action Role-Playing) non si ambientava in un mondo fantasy, bensì in una sicilia post-apocalittica, ridotta ad un cumulo di macerie dopo la comparsa di una malattia, portata dalle piogge, che mutava le persone in zombie, altresì noti come Infetti.

borgo-schiro-10026-large_slideshowLocation del gioco è stato, questo weekend, Borgo Schirò, un quartiere inizialmente destinato ad ospitare i contadini e le loro famiglie che è stato progressivamente abbandonato nel dopoguerra e che, al giorno d’oggi, è ormai diventato un decadente borgo fantasma.

Non starò qui a raccontarvi tutto quanto è successo, perché il racconto più breve che ne ho fatto al telefono è durato cinquanta minuti, ma cercherò comunque di rendervi un’idea. Io impersonavo un medico, appena giunto al Borgo e che, insieme ad altri nuovi arrivati, ha incontrato un gruppo di persone che si facevano conoscere con il nome di Ribelli: uomini e donne che si vogliono opporre alla disumanità crescente in cui ormai vive il mondo in seguito all’apocalisse. Il comandante ci ha accolti tutti nel gruppo, ma ci ha messi in guardia: anche loro sono appena arrivati là dove siamo, un borgo noto con il nome di A 24 sotto il controllo di un certo Commando Suicida, i più temibili seminatori di morte tra tutti i predoni che abitano in sicilia. La storyline è ruotata intorno alla nostra presa di possesso del luogo, alla preparazione all’attacco e al combattimento stesso che è infuriato tra il nostro gruppo e il Commando Suicida. In qualità di medico, non ho partecipato in prima linea alle battaglie ma sono sempre rimasto nelle retrovie, curando i feriti a mano a mano che questi mi venivano portati.

150156_10201001342902001_491549125_nL’esperienza, nel suo complesso, è stata spettacolare. La location era magnifica: edifici in disuso, dal pavimento divelto e ripieni di detriti e macerie, dai muri scrostati e crepati, senza la minima traccia di illuminazione elettrica. Le persone con cui ho giocato si sono rivelate bravissime sia ad interpretare i propri personaggi che nel curare la loro estetica. Tutto l’ambiente che si è venuto a creare è stato tremendamente coinvolgente, tanto che a solo qualche ora dall’inizo ho dimenticato di trovarmi dentro un gioco.
Si sono create tantissime situazioni, belle e brutte ma in ogni caso divertenti, che credo non riuscirò più a dimenticare: l’attacco degli Infetti in mezzo alla piazza, la difesa dell’ambulatorio abbandonato contro le fazioni avversarie, la lunga attesa al buio, spalla contro spalla con un uomo che non conoscevo ma che faceva parte del mio stesso gruppo, la tempesta che è scoppiata quando abbiamo deciso di unire le forze per combattere il nemico comune, il feroce scontro con quest’ultimo sotto il colonnato della vecchia scuola, i miei guanti in lattice completamente strappati e insanguinati al termine di tutte le operazioni mediche avvenute durante e dopo il combattimento. L’accesso alla chiesa abbandonata, lo scontro con gli Infetti al suo interno, la barricata del luogo e il truce scontro con i cannibali che avevano deciso di far di noi un grande pasto, l’attesa fino all’alba dentro quelle mura un tempo sacre. La parte migliore del gioco, tuttavia, è stato il giorno successivo, in cui ho unito le forze con un altro medico per cercare di trovare un antidoto ad una tossina che era stata fatta inalare a tutti durante la difesa della chiesa. In seguito, il disastro: un Infetto apparso dal nulla, mentre ero solo. Il morso, il salvataggio e tutto ciò che ne è seguito: nonostante fossi stordito e dolorante solo nel gioco, ammetto di ricordare poco anche nella realtà di tutto ciò che mi è accaduto intorno, degli uomini che volevano uccidermi dopo aver constatato il morso, degli altri che hanno deciso di salvarmi la vita, dell’iniezione che mi ha permesso di continuare a vivere.

544375_10201086054059928_1697463167_nNon riuscirò a scrivere un post che possa rendere giustizia a tutto quanto. So solo che questa non sarà l’ultima esperienza che intendo fare di questo tipo e che spero di poter tornare presto ad interpretare il mio personaggio in mezzo a quell’universo fatto di pericoli diurni e notturni, situazioni al limite, strazianti attese e battaglie adrenaliniche.

 

 

Per saperne di più: http://www.arborealive.it/eden.php

E’ davvero tanto tempo che non scrivo: dopo il grande numero di post in un solo mese conquistato a Dicembre, mi sono ritrovato a saltare Gennaio di sana pianta. Il punto è che non mi va mai di scrivere a comando: ritengo che, a dover scrivere banalità, faccio meglio a non dire nulla. D’altra parte, tuttavia, mi rendo conto è da tanto che non rinfresco un po’ il blog, ed eccomi qui.

Il 2013 non è iniziato nel migliore dei modi: ho avuto qualche problema con le ginocchia e con lo studio che ha portato ad un’avvio dell’anno non proprio allegro. Le cose non andavano per il verso giusto, le persone mi facevano arrabbiare, gli esami non andavano, avevo scarsa mobilità a causa delle mie condizioni di salute. Ho passato un mese a leggere stati su Facebook e tweet su Twitter in cui la gente si vantava per le lauree imminenti o per gli esami passati, mentre io mi ritrovavo a dover ripetere sempre gli stessi a causa della mia scarsa concentrazione.
Insomma, ero convinto che non avessi potuto iniziare l’anno in maniera peggiore.

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Mi è capitato, tuttavia, di parlare con delle persone, mie amiche. Come se mi fossero state messe dinnanzi dal fato (una di esse non la sentivo da veramente tanto tempo), ho ascoltato le loro storie sul loro inizio dell’anno e mi sono dovuto ricredere tutt’insieme. Mi hanno raccontato qualcosa di veramente brutto, ombre sulla vita che al posto loro mi avrebbero soffocato. Senza preavviso, ho dovuto riconsiderare tutto ciò che avevo creduto riguardo al mio Gennaio. Non solo mi sono reso conto di non poter paragonare i miei problemi ai loro, ma come se non bastasse ho potuto vedere come entrambi affrontavano l’oscurità a testa alta. Ho parlato con due persone ammantate di dignità, corazzate contro il buio, che come instancabili guerrieri si facevano strada, un passo alla volta, attraverso le nebbie. Ho parlato con due persone che non si sono lasciate abbattere dalla vita, che stanno mostrando il coraggio di continuare a splendere quando tutto intorno a loro sembra essere diventato oscuro.

Come ho mai potuto, io, considerare brutto il mio inizio 2013? E come ho potuto permettere al malumore di sopraffarmi, quando c’è qualcuno che sta vivendo problemi maggiori a testa alta?

E’ stato un insegnamento, rapido e conciso. Non potevo permettermi di rovinare il mio tempo, il prezioso tempo della mia vita, crogiolandomi nel grigiore dei miei stessi pensieri. Ho deciso che avrei rivoltato tutto, perché se quelle persone ce l’hanno fatta, potevo farcela pure io. Ho deciso di prendere il meglio di ciò che capitava, di perdonare chi mi aveva fatto arrabbiare, sono pouto tornare a lavore al mio libro, ho alzato la mia soglia di attenzione e ho iniziato a passare quegli esami che non ero riuscito ad affrontare nella mia diversa configurazione mentale. Quando sono uscito dall’aula d’esame, quell’ultimo giorno, splendeva un sole quasi estivo sopra Palermo: “rivolgi lo sguardo al sole e le ombre cadranno alle tue spalle“, dice un proverbio Maori. Mai tanta saggezza condensata in una sola frase.

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Scrivo questo post principalmente per una ragione: per ricordare a me stesso del futuro, quando tornerò a leggerlo, che la soluzione migliore è sempre essere positivi. Finché riusciamo a camminare lungo la strada della luce, nessun problema è insormontabile, grande o piccolo che sia. E laddove resteranno le cicatrici, vi sarà sempre qualcuno o qualcosa pronto a lenirne il ricordo.

In un passo del mio secondo libro, scrissi questa frase: «La vita non avrebbe senso se ognuno di noi non avesse la forza, il desiderio e la volontà di difendere le proprie credenze e i propri ideali». Abbracciamo dunque spada e scudo e difendiamo il nostro diritto a vivere felici: non è qualcosa che ci regaleranno o che ci spetta per giustizia, perché la giustizia non è altro che un artificio umano, ma che ci tocca conquistare giorno per giorno.

Io sarò lì.

La cabina rossa

red-telephone-boxA Londra, vicino casa mia, c’è una piccola cabina telefonica rossa: una di quelle che si utilizzavano un tempo e che insieme ai taxi neri, agli autobus a due piani e al Big Ben caratterizzavano questa città. Sono ormai in disuso e diventano ogni giorno più rare: qualcuna rimane ancora in vita, per scelta della città o per semplice dimenticanza, ma la maggior parte di esse è stata sostituita dalle loro controparti moderne.

Uno di questi telefoni sopravvive dietro casa mia, anche se dubito che funzioni ancora come una volta. Ogni anno, passandovi davanti, scorgo qualche turista intento a fotografarla, dentro e fuori. Con il passare del tempo, nessuno ha mai più neanche osato aprirne la portiera, in quanto piena di cocci di vetro. Adesso una grande edera rampicante, appartenente al giardino della casa contro la quale è adagiata, ne sta reclamando il possesso e quest’anno metà della cabina rossa è scomparsa sotto le sue foglie, inglobata nella trama della Natura. Quando mi fermo per guardarla, mi accorgo della gente e delle auto che vi passano davanti in fretta, ignorando la sua presenza, distogliendo gli occhi dal passato ormai sopperito dal presente.

Penso che quella cabina rossa sia una significativa metafora della vita ed è per questo che, passandovi davanti quasi ogni giorno, non dimentico mai di riservarle un pensiero, forse nella vana speranza di preservare la memoria di quella scatola di metallo dalla vernice scrostata dal tempo, silente osservatrice del mondo che scorre.

Contrappasso di luce

Avanzo solitario per le strade della città, privo di energie, lasciandomi trascinare dalla corrente che scorre in superfice, il sangue del cuore pulsante della metropoli. Stanco, con le spalle curve, mi immetto nelle sue arterie e risalgo le sue ramificazioni, diretto alla mia Pace. Respiro luci artificiali riflesse nelle pozzanghere d’acqua rannicchiate ai lati del marciapiede, che parlano di vita in movimento, di una sola anima in corsa.

Provo a rallentare il passo e vengo staccato con veemenza dalla corrente: all’improvviso non sono più parte della massa, non vengo trascinato, non faccio più parte di Loro. Alcuni visi, nei pochi istanti in cui permangono nella mia vista, mi guardano straniti.

«Chi è costui che, invece di affrettarsi verso casa, si prende il tempo di guardarsi intorno?»

La città ci ignora, poiché noi ignoriamo lei: c’è solo la macchina di fronte a noi, le sue luci rosse frammentate contro il parabrezza opaco d’umidità, oppure la persona che ci passa accanto sfiorandoci il gomito, scalpitando per passare oltre.

Esausto, con la mente febbricitante, decido di declinare la compagnia della massa e mi lascio condurre da me stesso verso la stazione. Sul treno in partenza si spengono le luci: niente più simulacri di Sole ad irradiare il nostro percorso. Immersi nel cigolio della carrozza avvolta dal buio, la città sfila alla mia sinistra e si sveste lentamente, finché l’aperta campagna non resta nuda sotto i miei occhi: un gioco di chiaroscuri, di sfumature d’ombre, di forme mai espresse. Dentro il vagone non scorgo altro che file e file di volti pallidi con gli occhi puntati in basso, rischiarati appena dal bagliore elettrico dei loro telefoni.

Uniformità.

Alba all’università

La mattina è giovane e nell’aria aleggia ancora, languido, lo sbadiglio del sole.
La cittadella universitaria si riempie lentamente: le macchine giungono pigre, i passanti camminano in disparte, silenti, lottando contro il sonno che fatica ad andar via come sabbia tra i capelli.

Mentre il mondo si risveglia, ridestata dalla luce che ovatta sino a dissolvere le tenebre, io osservo il parco che si protende placidamente appena dietro la finestra dal vetro sporco e scribacchiato: le fronde ondeggiano lievi e tranquille, portando in sé il soffuso tepore della primavera che sboccia.

Rimango a guardarle passivamente per poi tornare al mio quaderno, rabbrividendo nel grigio corridoio che sembra trattenere in sé, tra il marmo e la calce, tutto il freddo della notte appena dissolta. Torno ai miei numeri, alle mie formule, ai miei rigidi schemi, alla mia inespressiva logica senza calore e sorrido: il segreto della vita sta nella luce.

E infine siamo qui, alle soglie del 2012, il tanto temuto anno della fine del mondo secondo i Maya. Che ci crediate oppure no, ed io francamente mi ritrovo in quest’ultima categoria, è sempre un’ottima scusa per cercare di realizzare quelli che vengono chiamati i buoni propositi per l’anno nuovo. Che sia l’ultimo oppure no, viviamolo sempre come se lo fosse.
Scrivo questo post, tuttavia, per fare qualche riflessione sui dodici mesi appena trascorsi e per tracciarne un sunto definitivo.

L’anno è iniziato nel migliore dei modi: la mia carriera universitaria, dopo essere stata bloccata per oltre un anno a causa di una materia particolarmente ostica, si è sbloccata durante i primi mesi e da allora la strada è in salita: ho iniziato a poter studiare veramente, ho affrontato esami e sinora sono riuscito a superare tutte le materie che avevo tentato e posso prepararmi a quelle che affronterò nel corso del prossimo periodo, sperando che riesca ad essere produttivo quanto lo sono stato sinora.

Ho rotto con la mia ex, liberandomi da un fardello che mi stava tarpando le ali, sono riuscito a spezzare un’ombra che stava avvolgendo il mio spirito e ho riscoperto il piacere della luce, del sole e dell’essere positivi verso il mondo e verso le persone che ho intorno senza avere quel demone di nome ‘gelosia’ alle calcagna a giudicare le mie azioni e ad impedirmi di vivere appieno la mia esistenza come parte integrante della struttura della vita del mondo.

Ho aperto questo blog e tramite esso ho potuto mettere in forma scritta molti dei miei pensieri e ho potuto riflettere, perché la scrittura delle proprie riflessioni non è altro che questo. Ho avuto il piacere di avere più lettori di quanti ne avevo inizialmente previsto (nessuno, NdR) e ho potuto imprimere nei bit una parte del mio anno.

Ho ricominciato a frequentare le lezioni di yoga, nonostante i tentativi della mia ex di dissuadermi dal farlo. Mi sono reso conto dell’irregolarità del mio respiro, della quiete soltanto apparente che si mostrava in superficie ma che non affondava nelle profondità della mia anima e ho messo rimedio a tutto: ho richiamato a me la Pace perché potessi diffonderla agli altri, ho trovato il mio Equilibrio, ho composto la mia figura in quella del Tutto e ho visto il Tutto modellarsi nel mio corpo.

Ho finito di scrivere il mio secondo libro, di cui sono tremendamente fiero, e sono riuscito a scrivere metà del mio terzo: un ritmo incredibile, se si pensa che solo per il primo ho impiegato tre anni. A proposito di quest’ultimo, ho potuto finalmente finire i lavori di correzione e inviarlo nella speranza di ricevere una proposta editoriale.

Credo di aver preso due cotte, seppur entrambe in un senso non convenzionale: la prima durante un matrimonio sulla terrazza di un castello affacciato su una scogliera a ridosso del mare, nel quale si proiettava l’immagine della luna estiva della sicilia, l’altra volta durante la massima espressione dell’energia del mio spirito che si è sviluppata nel mese di Agosto: l’estate mi ha portato una quantità immane di Luce, solo perché il mio cuore era pronto a riceverla.

Ho ricevuto il Cuore d’Oro di Lugh, qualcosa che neppure io riesco ancora bene a spiegare ma che dimora in me, pronto ad essere richiamato ogni volta che dovessi sentirmi preda delle Tenebre ed in grado di schiarire il cielo sopra di me a mostrarmi le stelle.

Ho programmato, perfezionato il mio stile, sviluppato nuovi progetti, approfondito la mia istruzione, impratichito nelle tecniche, svolto lavori per varie aziende e sono soddisfatto della maniera in cui ho condotto il mio piccolo mestiere.

Ma ciò che più di ogni altra cosa vorrei ricordare sono le persone che mi sono state accanto: nel corso di quest’anno ho avuto l’occasione di socializzare e conoscere molte anime, di fare conoscenze e di sviluppare legami. Ho conosciuto persone bellissime, ho riscoperto il valore di quelle che ho accanto e ho lasciato andare quelle che avevano già compiuto il loro scopo nella mia vita e che non avevano altro da fare in essa.
Se in questo momento stai leggendo, ma anche se non lo stai facendo, allora voglio dirti questo: grazie per aver benedetto la mia vita con la tua presenza. Grazie per essere parte del mondo che mi circonda, del mio mondo, della struttura con la quale interagisco e vivo: ti auguro ogni bene possibile e che la Luce possa sempre essere tua fedele compagna, se vorrai accettarla nella tua vita.

Al tempo stesso, desidero chiudere i conti con il mio passato.
Ecco allora che perdono tutti coloro che mi hanno fatto arrabbiare, irritare, innervosire, coloro i quali con cui non ho avuto un bel rapporto o con cui sono entrato in contrasto, anche solo con il pensiero. Per l’anno nuovo ricominceremo dall’inizio, senza brutte scie lasciate da quello appena passato (tranne per la mia ex, è chiaro: l’ho già perdonata e non sono più in collera, ma che stia lontana da me perché ormai è fuori dal mio universo) e chiedo voi di perdonarmi nel caso in cui, volontariamente o meno, le mie azioni o la mia presenza possono aver ferito qualcuno.

Questo post è molto più lungo di quelli che faccio abitualmente, ma è stato necessario per poter riepilogare, seppur sommariamente, tutto ciò che mi è accaduto quest’anno.
Spero di poter fare un resoconto altrettanto bello del 2012, anche se so che non vi è mai Luce senza Tenebra e che al giorno deve, prima o poi, succedere la notte. Il punto chiave, tuttavia, non è l’ubicazione del sole rispetto a noi, ma quella nostra rispetto a lui. Io sono un druido, sono un Guerriero della Luce e prometto, anche quest’anno, di combattere nel mio piccolo mondo nel nome di Dio e dell’Amore.

Il Desiderio

Sono di ritorno da una bella vacanza con i miei amici e porto con me alcuni bei ricordi che sono fiero di poter conservare nella mia memoria.
Per amor della sinteticità, abbiamo alloggiato in un residence sulla costa della sicilia del sud, una delle terre più calde che abbia mai visitato. Essendo il luogo non troppo grande, abbiamo potuto conoscere veramente tanta gente, fino al punto da aver quasi ottenuto lo stato familiare con un gruppo di persone giunte sin lì dalla provincia catanese. Tra spiaggia, piscina, balli e la discoteca serale, ho avuto modo di raccogliere una manciata di energia enorme, più grande di quanto possa manipolarne normalmente in ambiente quotidiano, e darne sfogo in tutti i modi possibili: credo di non esagerare quando dico che ho potuto saltare, ballare, cantare, tuffarmi nella Vita e danzare in essa come poche volte mi sono concesso di fare. Ho potuto insegnare yoga ad un piccolo gruppetto di persone e sono salito sul palcoscenico, ho infuso amore, gioia ed emozione in ogni minimo gesto.

Eppure anche stavolta -o forse proprio grazie a questo enorme fluire di energia- ho potuto provare un’esperienza un poco più profonda.

Certe volte la vita ci mette davanti a situazioni che neppure con le nostre piene facoltà mentali riusciamo a capire, ma che capitano e basta: non ha senso rimuginarci sopra, quanto invece lo ha vivere il momento. Si prendono delle scelte che non si sanno giustificare, si fanno cose che non si credevano possibili solo perché il linguaggio dell’Anima del Mondo passa dal cuore e non dal cervello.
La mia mente aveva eretto barriere, si era schermata in anticipo contro ogni possibile mossa del mio cuore. A volte si è disposti a fare qualcosa che non ci si sarebbe mai aspettato, solo per onorare quell’energia che chiamiamo Vita.


Stavo male, rientrato a casa dopo quell’ultima sera. Non trovando ristoro e conforto nel mio letto, ho deciso di uscire nuovamente fuori: la piazzetta del residence era completamente deserta alle quattro e mezza del mattino: gli ultimi avventori eravamo stati noi. Mi piazzo in una panchina da cui si possono vedere le stelle ed inizio a divagare con i pensieri per cercare di distrarmi, ma tutto è vano. Prego Dio, con insistenza, di farla affacciare dal terrazzo. Lo prego come se fossi in procinto di annegare e vi fosse una luce innanzi a me ad indicare l’aria, così vicina ma al tempo stesso irraggiungibile. Il mio amico è rimasto con me, mi ha ascoltato, e per questo ne sono grato, ma alle cinque gli ho consigliato di tornare a letto: non v’era altro che lui potesse fare per me, aveva giocato la sua parte e l’aveva fatto bene, ma ora toccava a me procedere.
Mi siedo nello spiazzale spazzato dal vento salmastro della notte: la palma ondeggia, le foglie vengono sospinte per terra e si ode lo spumeggiare del mare, ma io sono solo con me stesso. Passa la notte e il cielo si schiarisce: le stelle scompaiono, la luna diventa una falce quasi invisibile e i suoni della notte lentamente si zittiscono. Chiedo ancora a Dio di farla affacciare su quella terrazza, lo chiedo in continuazione, lo chiedo senza sosta: forse mi farò male, ma ho bisogno di parlarle.
Passano le ore e trovo una compagna che mi assiste durante l’alba. Decido di guardare quest’ultima per ricordare al mio animo che la luce è sempre in grado di spuntare, indosso le scarpe vecchie ai piedi per rammentarmi di tenere sempre sotto di me il mio passato.

«Guarda: nonostante tutto ciò che accadrà, queste colline saranno sempre qui, sempre le stesse. Chissà che, un giorno, uno di questi alberi non si ricordi di quei due ragazzi che sono andati a vedere l’alba all’ombra della croce»

Le ore passano, il cielo è ormai luminoso. La mia testa inizia a dondolare in avanti, ma devo reggere, ho una missione: pregare. Pregare perché esca, perché si affacci sulla terrazza.
Sono lì da quattro ore quando, alla fine, succede. Si alza prima del solito: partirà in anticipo, non aspetterà l’ora limite. Non sarei mai riuscito a salutarla se non fossi rimasto sveglio ad attendere tutta la notte. Ci sentiamo per qualche minuto, ci salutiamo rapidamente: non è ciò che mi aspettavo. Mille parole mi sono morte in gola, un’eternità di frasi sono rimaste sopite nel mio cuore e ora gravano lì, in attesa di esser dette. La guardo allontanarsi dal viale: chissà se la rivedrò mai più. Non lo so. In ogni caso, non avrei neppure dovuto dirle un granché.
Ma ciò che conta è che, alla fine, il mio desiderio, la mia preghiera si è esaudita.

Si è affacciata dalla terrazza.