Category: Prect en Rahkoon


È tutta colpa di Word.
Quando i programmatori di Microsoft lo crearono, per poi perfezionarlo gradualmente nel corso degli anni, hanno dimenticato di aggiungere una funzione che si sarebbe rivelata vitale per molte persone. Quando il programma di videoscrittura viene avviato per la prima volta, l’utente dovrebbe essere notificato con una finestra di dialogo che lo informi dei doveri che dovrebbero ricadere su di lui nel caso in cui ciò che digitasse si dovesse, un giorno, trasformare in un’opera pubblicata.

Personalmente, la prima volta che mi sedetti davanti al computer per iniziare a digitare le prime pagine di “Prect en Rahkoon: Spettro di Ghiaccio“, non pensai neanche minimamente a ciò che sarebbe accaduto se davvero, un giorno, questo si fosse ritrovato in libreria. Così come non lo presi in considerazione allora, così continuai a fare per gran parte del tempo. Con la mia mente da adolescente, al massimo mi immaginavo intento a tenere una presentazione, fiero nel mio momento di gloria: era quella una visione che mi ha sostenuto parecchio nel corso del lungo, interminabile lavoro che mi sono trovato di fronte. Quando sono stato contattato per firmare il contratto editoriale, continuai a non pensare a quel fatidico “dopo”. È un po’ come le cose spiacevoli della vita: non ci pensiamo mai davvero finché non ci toccano da vicino.

SenzanomeInevitabilmente, tuttavia, è giunto il momento di dover prendere in seria considerazione ciò che comporta l’aver pubblicato un libro, per di più esordendo con una piccola casa editrice. Non è stata un’illuminazione improvvisa, bensì una graduale presa di coscienza di ciò che sarebbe venuto dopo: l’organizzazione delle presentazioni, dei luoghi dove si sarebbero tenute, degli ospiti, dei rinfreschi, delle slide da portarmi dietro. I viaggi, gli spostamenti, la logistica, i pernottamenti organizzati all’ultimo minuto, l’amaro in bocca un attimo prima di salire sul palco, il nervosismo che segue la vista del pubblico, la sgradevole sensazione di ritrovarsi dall’altra parte della sala, quella a cui non sono mai stato abituato. I compromessi, le mail mandate con l’acqua alla gola, la preoccupazione di aver tralasciato qualche dettaglio importante. La preparazione dei volantini e dei manifesti, il giro dei negozi per richiedere il permesso di affissione, il blocco mentale nel momento di cercare idee originali per le dediche. La campagna pubblicitaria, l’elenco delle persone e delle organizzazioni da contattare, le entrate sempre inferiori alle spese, agli investimenti.
Nonostante tutto non sono la persona più estroversa del mondo e l’idea di dover uscire così tanto dalla mia comfort zone, per un attimo, mi ha spaventato.

Per aspera ad astra, tuttavia: verso le stelle, attraverso le asperità. Se questa è la mia strada, la percorrerò. Forse non sono dotato di molte virtù di cui dovrei disporre per condurre appieno questa parte della mia avventura: non sono un organizzatore di eventi, non sono un ottimo oratore, non sono di certo un venditore. In fondo, quale scrittore lo è? Non veniamo sempre dipinti come persone strane, un po’ chiuse, artigiani di emozioni che non temono l’isolamento e il perdersi nella contemplazione dei mondi che hanno dentro? Eppure, la necessità mi richiede che io riesca a ricoprire tutti questi ruoli.

Ho organizzato eventi, ho parlato in pubblico e ho venduto. Sono salito sul palcoscenico, solo per scoprire che l’amaro nella gola era destinato a scomparire nel momento in cui avessi fatto il passo in avanti, verso chi era seduto di fronte a me, in attesa delle mie parole. Il batticuore che mi stava pompando il sangue nelle vene si è placato, sostituito da una ferma determinazione: “Questa cosa va fatta”, mi sono detto, e l’ho fatta per davvero. La mia prima presentazione è andata benissimo: non sarà stata perfetta, ma ne ho imparato qualcosa che potrò sfruttare per la prossima e quella dopo ancora. Ho posato il microfono con soddisfazione: avevo fatto il passo, e l’altro lato non era così buio come avevo creduto.

Fear-of-Public-Speaking-imageLo scrittore è un comunicatore: così ho letto, di recente, in un articolo online. Credo sia proprio vero: non ci si può limitare a mettere tutto su carta. Per quanto buono possa essere il risultato, ci sono altre cose da fare per poter dare alla propria opera la possibilità di avere successo: se ne può anche fare a meno, è certo, ma le conseguenze mi spaventano molto di più di quanto non lo avesse fatto l’idea di parlare di fronte ad una platea.

Ma dopo tutto questo viaggio, dopo tutta la strada che ho dovuto affrontare per arrivare sino a qui, dopo tutti gli ostacoli che ho dovuto attraversare, le energie che ho dovuto spendere e le notti in bianco che ho dovuto passare, non sarà questo nè altro a fermarmi, dovessi anche dover affrontare tutte le mie più grandi paure.

Io sarò ciò che il mio universo ha bisogno che io sia.

 

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Prect en Rahkoon: Spettro di Ghiaccio. La copertina.

Credetemi o meno, ma all’età di otto anni dissi a mia madre: «Nella mia vita voglio pubblicare un libro». Chissà se, al tempo, fui preso sul serio!

Se avessi potuto vedere questa foto sei anni fa, quando iniziai a scrivere la storia del Prect en Rahkoon, sarei stato sopraffatto dalla commozione: in essa si riassumono tanti anni di sogni, fatiche, energie sottratte allo studio e notti quasi in bianco.

I lavori sono quasi ultimati: le bozze definitive sono in attesa della mia approvazione in seguito ad un paio di modifiche da me volute, quindi si procederà con la stampa. Ormai è questione di settimane.

Non credo vi siano parole sufficienti a spiegare ciò che sto provando adesso. Per questo mi limito a sorridere: forse sta finalmente arrivando il giorno che sogno da sempre.

L’anno dell’attesa

Siamo quasi alla fine dell’anno e, in una mattinata alquanto fredda sulle soglie dell’inverno, stavo ripensando alla nascita e alla crescita del mio primo romanzo e di tutto ciò che ha attraversato in questo lungo lasso di tempo. Ho iniziato a scrivere seriamente all’età di 16 anni: sono sempre stata una persona creativa e, al tempo, avevo scritto una campagna per un gioco di ruolo da tavolo che in seguito svolsi insieme ai miei migliori amici. Non contento di come tutta la storia, che sia a me che a loro piacque molto, sarebbe finita nell’oblio una volta ultimata, decisi per gioco di iniziare a scriverci sopra.
Tre anni e quattrocento pagine dopo, misi la parola fine a quel gioco.

notebook-computer-writing-bloggingQuando iniziai quest’esperienza, non avevo idea di cosa sarebbe diventata e cosa avrei dovuto affrontare. Quei tre anni sono stati molto lunghi, avevo costantemente l’impressione di essere circondato da un immane lavoro che sembrava non terminare mai: ogni volta che scrivevo, mi rendevo conto di quanto ancora vi era da scrivere. Immagino che, a quell’età e senza esperienza in questo campo, avrei finito col cedere se non fosse stato per il totale ed energico sostegno che ho sempre ricevuto dai miei amici, gli stessi con i quali avevo condiviso l’esperienza del gioco di ruolo (che, per la cronaca, non era D&D). Ho impiegato molto tempo e tante energie, ho scritto di notte e di giorno, col sole e con la pioggia, ma sono riuscito nel mio intento. Mentre andavo avvicinandomi sempre più verso la fine, iniziavo a capire di avere qualcosa di più serio tra le mani. Dopo tre giri di correzioni, tutte distanziate tra di loro temporalmente, iniziai la stesura di altri due libri che, seppur di poco più piccoli, mi impegnarono solo per un anno di tempo l’uno. Nel frattempo, iniziai a cercare un editore per il primo libro.

Io che scrivoSe non avete mai provato di persona cosa voglia dire ricerare un contratto di pubblicazione, forse non riuscite ad immaginare quanto possa essere frustrante. Mesi e mesi di attesa e la costante sensazione di sentirsi impotenti, di non poter far nulla per contribuire allo sviluppo del progetto ma di dover solo aspettare che una casa editrice leggesse un paio di pagine, o addirittura qualche rigo se andava male, prese a caso dal mio libro. Il frutto di tre anni e infinite notti in bianco valutate nel giro di qualche giorno al massimo. A questo punto, le case editrici si comportano in modi molto diversi e certe volte curiose. Ad esempio, mi è capitato di ricevere una risposta negativa dopo pochi mesi, ma anche dopo un anno intero. C’è chi non mi ha mai risposto, ma che mi ha così cortesemente incluso nelle proprie mailing list. C’è chi mi ha promesso un esito in una tale data, per poi farmela pervenire diversi mesi dopo. C’è chi, dopo tredici mesi dall’invio, mi fa pervenire la mail automatica in cui mi si conferma la ricezione del manoscritto e chi addirittura, nella stessa situazione, mi invita a mandarlo su un altro indirizzo email per inserirlo in coda di valutazione. Dopo tredici mesi.

Fortuna volle che, infine, trovai qualcuno disposto a credere nel mio libro, pronto a dargli vita e presentarlo al pubblico. A questo punto, quando un autore firma il contratto, sapete che cosa accade?

Si aspetta.

La pubblicazione non può avvenire senza che un grafico curi le illustrazioni e che un editor scansioni il testo per sistemarlo dove opportuno. Questo processo, per me, è in corso da circa otto mesi. Le cose però stanno per cambiare: i lavori dovrebbero essere quasi ultimati, le immagini quasi pronte, i testi revisionati. Manca poco, forse un mese se tutto va bene, perché il mio libro, a distanza di sette anni da quando è stato iniziato, possa finalmente vedere la luce in forma cartacea. Manca poco per realizzare la prima tappa del sogno della mia vita. Posso solo immaginare il seguito, ma sarebbe -appunto- solo frutto di immaginazione, ed è per questo che non ne parlerò prima che sia diventato una realtà.
Il 2012 è stato un anno di grande attesa, ed è così che lo ricorderò, ma forse tutto questo sta per cambiare. Forse è ora di tornare in gioco, di scendere nuovamente in campo e di fare in modo che il successo di questa impresa dipenda anche dalle mie azioni. Io sono pronto a dare il massimo e non ho intenzione di permettere a tutti questi anni di perdere il loro senso.

Ci vediamo in libreria, mondo!

Il mio libro

Dopo tanto tempo passato scrivendo post su questo blog, con cadenza quasi bisettimanale, ho deciso che era ora di affrontare un argomento che magari avrei anche potuto avviare molto tempo fa (non temete, lo so che non c’è suspance perché avete già letto il titolo): il mio libro. Il mio primo libro, perché non è l’unico che ho scritto sinora.

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Di cosa tratta la mia storia e da dove nasce l’idea di scriverla?
Il romanzo ripercorre le avventure di quattro amici legati sin dalla loro infanzia: cresciuti in un piccolo villaggio che ricorda molto quelli celtici, nel settentrione del continente, essi hanno sempre vissuto insieme ogni giorno della loro breve esistenza, sino a quando un tragico incidente segna le loro vite in modo tanto grave da portarli ad allontanarsi l’uno dall’altro. Si reincontrano solo molti anni dopo, ormai adulti, dopo aver imboccato strade diverse: v’è chi è diventato un cacciatore di taglie, chi si è allenato con le armi sino a divenire un maestro di spada, chi è stato insignito della nomina di paladino e chi, invece, ha consacrato la sua vita alla cerchia dei druidi del villaggio.
Non viene lasciato loro neanche il tempo di rallegrarsi del loro incontro, tuttavia, che un nemico li colpisce dall’ombra, infliggendo loro un tremendo maleficio che minaccia di metterli in serio pericolo e ridurre in briciole il loro futuro, la loro esistenza stessa e quella di chi sta loro intorno. E’ così che per i quattro, riunitisi sotto il nome elfico del Prect en Rahkoon, “il dolore del drago”, inizia un lungo viaggio che li porterà ai quattro angoli del loro mondo, tra pianure, montagne, deserti, ghiacciai, templi obliati nel nulla, in una corsa contro il tempo alla ricerca di un modo per liberarsi della maledizione ed in seguito scoprirne l’artefice.
Durante questo viaggio il loro legame andrà rinforzandosi e il sentimento d’amicizia che li tiene uniti, aspetto focale della loro forza, crescerà ad ogni passo che essi percorreranno in giro per il continente, sino a scaturare nel suo culmine, quando avranno occasione di dimostrare completamente la loro unione.

L’idea di scrivere, devo ammetterlo, non è venuta da me. Tutta la storia del Prect en Rahkoon e delle vicende che li hanno visti coinvolti sono originariamente nati per un secondo fine: costituisce infatti la trama di un gioco di ruolo da tavolo in cui io e i miei amici amiamo abbandonarci, settimanalmente, da più di cinque anni a questa parte. Ognuno di loro ha infuso la sua storia nel suo personaggio, vi ha dato spessore, passione, e tutto ciò che si trova nel libro non è altro che una metafora romanzata di ciò che effettivamente io ho vissuto nella mia vita: un’amicizia che non ha paragoni, un legame che va oltre quello di sangue e che mi ha formato nell’uomo che quest’oggi sono. Il mio libro non è che un monumento a coloro i quali formano una profonda parte di me.

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Spero che il libro possa avere successo, ma sopratutto che possa piacere alla gente. Non cerco notorietà, non spero di far soldi o chissà che altro: voglio, genuinamente, che la gente possa apprezzare una storia in cui ho versato tutta la passione e l’energia di cui ero capace. Voglio poter dare a molti un’occasione per poter sognare: un lusso che, al giorno d’oggi, ci è sempre più raro.

Settantasei pagine

Ho ripreso a lavorare sul mio libro, di recente.
Alterno spesso periodi in cui non riesco a scrivere o non ho voglia di farlo con altri in cui mi do all’attività frenetica. Scrittura «matta e disperatissima», per voler citare Leopardi.

Spesso e volentieri l’alternanza di questi due momenti vengono suscitati da fattori completamente esterni ed in particolare dalle mie amicizie più strette, quelle che mi hanno dato il supporto maggiore prima e durante la scrittura della mia trilogia. Nei momenti di calma, quando se ne parla poco, il mio lavoro si rallenta. Basta un po’ di tempo a chiaccherarne, tuttavia, che ecco che la voglia di vedere completato il mio lavoro ritorna con prepotenza e ossessione, tanto da farmi abbandonare tutto ciò che stavo facendo per mettermi al lavoro. Beh, certo, proprio tutto no, però non è raro che sacrifichi qualche ora di studio per iniziare ad editare e correggere i capitoli.

Qual’è stato il fattore scatenante di quest’ultima volta, che mi ha portato alla correzione di 76 pagine della mia seconda opera? Una breve conversazione, sabato sera.

Mi hanno ricordato quanto loro (e io, in primis) ci tengano alla realizzazione del progetto e quante idee vi stanno facendo vorticare intorno. Penso che, semmai questa storia dovesse vedere finalmente la luce, sarà per maggior parte merito loro, come ho anche provveduto a far notare nell’introduzione del mio primo volume. C’è ancora tanto da fare, ma non sto qui a scendere nei dettagli: basta dire che ho i che tenermi impegnato per i prossimi anni.

E ora.. al lavoro!