Category: Riflessione


Stanotte avevo semplicemente voglia di vedere il mare.

Sono passate quattro ore dalla mezzanotte e la città è ormai avvolta nel sonno: il silenzio permea le strade e il debole ronzio dei lampioni è l’unico suono che tenta, debolmente, di attraversare l’aria. Anche il vento è muto: le fronde degli alberi giacciono immobili, anch’esse immerse in un sonno profondo, e non si curano della mia auto che, unica e solitaria, percorre le strade alla blanda velocità di una manciata di chilometri orari. Come potrei andar più veloce, d’altronde? Mi trovo alla presenza del mondo addormentato, pallido sotto le stelle e vulnerabile come non mai. Lo guardo dormire, trattenendo il fiato come per paura di svegliarlo mentre guardo il suo petto alzarsi e abbassarsi seguendo il respiro del pianeta.
È a quel punto che decido che non voglio tornare a casa.
Giro il volante e imbocco un viale alberato, scivolo silenziosamente tra le strade e, infine, mi rendo conto che ho una voglia assurda di vedere il mare. Si, alle quattro del mattino di un venerdì in pieno inverno.

Ho sempre avuto un sommo rispetto verso coloro i quali riescono a condurre una vita all’insegna della logica e trovo che essa sia una facoltà da cui non si può prescindere nella vita, ma trovo che la totale mancanza di irrazionalità privi l’uomo di una parte della sua natura, quello strato emotivo da cui sembra essere più facile trarre la felicità: se si smette per un istante di guardare al mondo con gli occhi del matematico, vedendolo come un’insieme ben definito di leggi e di cause ed effetti, e si inizia invece a trovare grazia nei dettagli irrilevanti, come si può non rimanere meravigliati di qualcosa che abbiamo ogni giorno sotto agli occhi senza accorgercene, ovvero la pura essenza delle cose?

Insomma, avvolto dai pensieri attraverso tutta la città e vado oltre, fino alla spiaggia. Apro i finestrini per far entrare l’aria salubre e ghiacciata delle ore che precedono l’alba e già mi godo il suo preludio fatto di sciabordii d’onde e versi di gabbiani insonni. Trovo uno spiazzo e mi fermo, quindi scendo dall’auto e mi arrampico sulla balaustra in ferro, sedendomi in direzione del grande blu, stringendomi nella giacca.

Il mare, stanotte, è meraviglioso.

AspranotteIl vento freddo carezza la superficie d’acqua, sollevandola giusto il necessario perché questa, al contatto con la riva, si scomponga in schiuma bianca che tenta di protendersi verso la terraferma prima di venire trascinata indietro con decisione. Una volta, due volte, tre volte. Sembra quasi che l’acqua stia vivendo una vita all’insegna della fuga, come se passasse la sua intera esistenza a cercare di raggiungere la spiaggia e che, infine, vi si aggrappasse con tutte le sue forze solo per venire tirata indietro per le caviglie dal resto dell’oceano.
Alzo gli occhi: l’orizzonte si confonde nel blu della notte, mescolando mare e cielo, e non so più dire quale delle due sto guardando in un determinato momento. Volgo il capo a destra e a manca e scorgo le luci del lungomare della città, completamente deserto. Poco più in basso, sulla rena, alcuni pescatori avanzano verso le logore barche di legno, preparandosi a prendere il largo. In tutto il resto del mondo, solo il silenzio. L’aria salmastra mi investe e mi riempie le narici, donandomi un rassicurante senso di conforto. Eccolo, il respiro della Terra. È questo, il lento inspirare ed espirare che proviene direttamente dal cuore del mondo.

Nel frattempo, penso. Arriva quel momento in cui tutto cambia e lo capisci non perché muta l’evidenza, bensì poiché è l’inevidenza quella palesemente alterata. Non reagisci più allo stesso modo, non subisci i colpi come facevi una volta, e ti domandi come si siano allineati gli ingranaggi della vita, l’orologeria della propria esistenza. Ma è proprio per questo che, inconsciamente, forse mi sono spinto sino al limite dell’oceano: per ricordarmi quanto piccoli siano i tic tac di quelle lancette di fronte all’immensità dell’universo.

Non so dire quanto tempo sono rimasto seduto su quella ringhiera di ferro rovinata dal sale. Forse mezz’ora, forse di più. Il profumo e il suono delle onde mi rilassano e mi placano la mente accelerata, sincronizzando i miei pensieri con i loro ritmi placidi e tranquilli. Non c’è alcun domani, nè alcun passato: vi è solo il momento presente e vi assicuro che me lo sto godendo in pieno, in un modo talmente irrazionale e illogico da riempirmi lo spirito. È proprio questo il guaio della logica: ad ascoltare lei, scendere in spiaggia alle quattro del mattino, in pieno inverno, nel bel mezzo della settimana, è stato uno dei gesti più stupidi, irresponsabili e irragionevoli che potessi fare. Se l’avessi ascoltata, sarei tornato a casa e mi sarei andato a coricare, terminando la giornata e risvegliandomi il mattino dopo. Invece non l’ho fatto e ho creato qualcosa di eterno: un ricordo. Non fraintendetemi: sono un estimatore della logica, d’altronde sono un ingegnere informatico e questa è una professione che si basa interamente sugli schemi mentali. Ogni tanto, però, credo sia un bene concederci di fuggirne per andare ad esplorare le infinità dell’animo umano che, credetemi, di sensato hanno ben poco.

Noi scrittori siamo completamente fuori di testa.
Ma al mare, stanotte, non importa.

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Cogli l’attimo

_Carpe_Diem__by_xX_Jaded_XxIl compito di un artista è quello di tentare di ricreare in ciò che compone, che sia uno spartito musicale, una scultura o uno scritto, la bellezza della vita, in tutte le sue sfumature: le ombre e le luci, i chiaroscuri che creano la perfezione delle cose e delle persone, nel gioco dei pregi e dei difetti che mai devono venire a mancare, giacché «il difetto è ciò che per noi diventa Arte».
Non è un compito facile: la vita si para innanzi a noi esplodendo in un caleidoscopio di sfumature diverse, impossibili da cogliere in pieno. Nulla di materiale e mortale è così grande da riuscire a contenere in sè l’intera essenza della natura. Eppure, per l’uomo, l’impossibile non è mai stato motivo di resa: è per questo che siamo una razza tanto tenace, seppur ottusa. Molti miei predecessori si sono sicuramente posti la stessa domanda, che ora rigirano a me come a tutti gli altri artisti che al momento popolano la Terra, forse nella speranza che qualcuno riuscirà, prima o poi, a trovare una risposta.

È possibile descrivere in pieno la meraviglia dell’universo?

Eccola lì la fatale domanda, nera su bianco, il non plus ultra, la pietra filosofale del lavoro di un artista.
Posso prendere la fresca brezza che nel silenzio della notte spira tra le foglie, facendole cantare, ed imprimerla in un pezzo d’arte? Posso catturare la luce del tramonto che si riflette in riva al mare e conservarla, per rivederla giorno dopo giorno, inspirando il suo calore rassicurante? Posso memorizzare per sempre la skyline della città mentre la osservo dal basso, premuto contro il finestrino dell’auto, con le luci di mille palazzi che mi scorrono davanti agli occhi? Posso cristallizzare in eterno lo sguardo della persona che amo ed imprimerlo in una forma durevole, in modo da far provare a chiunque l’infinito abisso che mi si apre nel cuore quando guardo quegli occhi, mentre loro guardano i miei? Posso raccogliere la storia di un’intera vita, con tutto ciò che è stato importante per essa, per far rivivere le stesse emozioni a qualcun altro, con tutti i dolori e tutte le gioie, con le esperienze e le lezioni imparate, con quelle piccole e grandi cose che, nel silenzio dell’anima, fanno nascere un sorriso incomprensibile ai più?

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La risposta a cui sono giunto è la seguente: no, non posso.
L’universo è così bello proprio grazie alla sua volatilità: tutto scorre, nulla resta. Abbiamo appena il tempo di scorgere la meraviglia che si manifesta come «sparuti e incostanti sprazzi di bellezza», prima che passi: li si coglie o li si lascia morire per sempre. Carpe diem. La spettacolarità dell’esistenza è la consapevolezza di essere padroni di un momento unico e prossimo a sparire. Mai certezze, solo speranze, e quando anche quelle vengono a mancare ecco che la meraviglia può risorgere, rinforzata dalla nostra disillusione. Se lo stupore non fosse momentaneo, non sarebbe più stupore.

Non posso prendere per me il suono delle foglie, perché non riuscirei a portare con lei anche il dolce profumo della notte e il tocco dell’eternità che si riflette dalle stelle. Non posso catturare il tramonto, perché perderebbe la magia che aveva quando il sole era sul punto di scomparire oltre l’orizzonte, concedendoci solo pochi minuti per ammirarlo. Non posso memorizzare la skyline, perché non riuscirei a registrare a sua volta anche il movimento, l’energia, la vita delle persone dentro e fuori dai palazzi. Non posso cristallizzare il tuo sguardo, perché posso descrivere l’amore ma non farlo sperimentare. Non attraverso l’arte. Non attraverso le mie mani.
Non oltre i tuoi occhi.

Una delle più grandi ed ineluttabili verità della vita riguarda la finalità dell’esistenza, dell’entropia, del caos in cui infine, prima o poi, ci schiantiamo quasi senza rendercene conto. Un caos vario, multiplo e stratificato, fatto di gioie o di dolori, ma anche di tutte e due, mescolate nell’agrodolce sapore della malinconia.

La grande verità è che le montagne si spaccano, i castelli cadono, gli angeli piangono. Passiamo la nostra vita ad erigere barriere, difese e protezioni, ad assicurarci la nostra incolumità in questa esistenza carica di pericoli, ma non possiamo avere sempre il controllo su tutto. Eventualmente, nei muri si formano delle crepe: alle volte ce ne accorgiamo, alle volte no. Alle volte decidiamo di riempire quelle fratture, altre volte non lo facciamo: forse per pigrizia, forse per paura di iniziare a rattoppare la nostra vita, trasformandola in un patchwork di errori e dolori ricuciti, forse ancora per avere uno spiraglio da cui guardare fuori, senza essere costretti a dover salire sui camminamenti e osservare tutto da una prospettiva innaturale. Con gli occhi al livello del suolo, anziché in aria nel cielo, riusciamo a vedere di meno, ma al tempo stesso di più: i dettagli, le sfumature, i particolari che danno senso a tutto quanto.

47270_4119397176303_1654960531_nVorrei davvero riuscire a raccontare tutto quello che mi sta succedendo in questo periodo. Sono tempi strani, in cui le mura si riempiono di crepe: gli attacchi peggiori non sono quelli che provengono dall’esterno, bensì dall’interno. I dolori celati crepano le maschere che indossiamo, in un disperato e tenace tentativo di rivelarsi, offesi dall’essere stati nascosti all’occhio del mondo: anche essi vogliono la loro parte, litigano scalmanati per avere il palcoscenico ed a nulla serve cercare di impedirgli di entrare in scena.
Sono tempi irrequieti, colmi di pensieri e per nulla rilassati: un nervosismo sottile e subdolo, che trama proprio sotto la pelle, tanto leggero quanto onnipresente in ogni momento della giornata. Sono tempi di sentimentalismi bruciati, di angeli calpestati e della muta e inerte impotenza di fronte allo scempio dell’uomo che offende, di suo proposito, il divino. Sono tempi di risposte che seguono le domande, una situazione non banale e assolutamente mai scontata. Sono tempi in cui cerco, con tutto me stesso, di impedirmi di cambiare, poiché “facilis descensus Averni” ed essere meno buoni e spontanei può sembrare spesso la soluzione, quando in realtà mi porterebbe solo a regredire ciò che sono.

È tempo di richiudere quelle fratture nelle fortificazioni: da solo, giacché ho bisogno di ritorvare il mio equilibrio e uscire da questa condizione d’irriquietezza. Mi hanno sempre accusato di chiudermi molto nelle mie difese, così ho provato ad aprirmi, per una volta in vita mia. Forse non ero pronto per tutto ciò che è straripato all’interno, forse quello che ho trovato dall’altro lato mi ha spiazzato nel profondo, strappandomi violentemente dalla mia comfort zone.
Per il momento, le porte torneranno a chiudersi. Prego con tutto il cuore che un giorno, quando sarò più preparato di adesso, riuscirò a dischiuderle nuovamente.

Complessità

complessità2Di sentimentalismi bruciati ne abbiamo a bizzeffe. Di scadenti pantomime guittesche travestite da corti indorate, neanche a contarle. Della gente aneddotica e ripetitiva, che cicla intorno a sè stessa nella melliflua ostentazione del loro nulla, non ne parliamo neppure.

Quelle che mancano, al giorno d’oggi, sono le fievoli e volatili manifestazioni di puro affetto, svincolate e scardinate dal meccanismo della reciprocità condizionata. L’autentico disinteresse, la passione semplice e svogliata, priva di uno scopo che trascenda sé stessa. Il fare per la voglia di fare e non per le conseguenze del farlo. L’essere in quanto tale, la semplicità più idilliaca oramai confusa e mescolata nella complessità dell’esistenza.

Ciò che transita per il nostro mondo si impregna in quello che possiamo definire come il “campo della complessità”, attraverso il quale ciò che è atomico si compone e sviluppa nelle mille facce dell’inutile inviluppo moderno che fa crescere ma non fiorire, che edifica ma non lascia fluire, che crea artificiosamente, senza lasciare spazio al naturale ordine dell’universo. Che complica le cose.

Come questo post. Complesso “a matula“, come si direbbe dalle mie parti. Senza un motivo, senza una spiegazione. Come l’amore: semplicemente c’è, senza far domande. A matula, per l’appunto.

Ma la complessità sta solo nell’immaginario.

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La maledizione di Dorian

Sono qui, seduto sul balcone ad osservare il tramonto che si consuma: il sole è annegato oltre il mare e gli ultimi raggi si diffraggono contro le creste delle montagne, colorando d’arancio l’orizzonte. La chiesa vicina suona e la campana batte nove rintocchi, che riecheggiano nel silenzio sottostante: la scuola muta, i negozi chiusi, i lampioni della piazza che vanno accendendosi, i pochi passanti che rientrano a casa sotto l’aria frizzante dell’estate ormai alle porte.

Spesso mi ritrovo schiacciato sotto il peso di mille vite che non sto vivendo. Non che la mia non sia ricca e piena di soddisfazioni, non fraintendetemi: è solo che per svariati motivi continuo a desiderare di scorgere la magnificenza dell’esistenza, la totalità dell’essere umano anche da altri punti di vista. Forse è perché sono un lettore accanito, forse perché con altrettanta passione gioco di ruolo in tutte le sue forme, o forse è proprio il contrario: forse sono queste le mie valvole di sfogo, il mio mezzo per uscire dal mio punto di vista e per cercare di captare le infinite sfumature del mondo attraverso gli occhi di qualcun altro.

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Ogni tanto mi ritrovo a pensare a cosa accadrebbe se mi lasciassi trascinare dal vortice della mondanità: vedo la corrente che scorre proprio sotto i miei piedi, la osservo affascinato e a volte un po’ intimorito, ma non compio mai il passo che mi porterebbe a bagnarmi con le sue acque luccicanti. Spesso mi domando come sarebbe, cosa cambierebe nella mia vita, cosa vi porterebbe e cosa vi sottrarrebbe. Altre volte mi sento sul punto di farlo. Poi penso a Dorian Gray: penso al suo animo nobile, alla sua innocenza mescolata con la sua curiosità per la vita, alla sua sete di mondanità, a cosa è giunto tuffandosi nella corrente. Vivere una vita senza costrizioni può sembrare attraente, in principio. Col tempo, però, che ne resterà? Non si rischia di cadere nello squallore di un’esistenza che si ripete mille volte, che consuma sè stessa, finché non si arriva a ricercare l’occasione per poter uscire dal vortice? E se, come per Dorian, fosse poi troppo tardi?

la-grande-bellezzaL’arte della scelta, dei punti di vista, della pluralità dell’esistenza: mille vite che si intersecano, nessuna uguale alle altre, cento anime distinte che sfociano nello stesso mare come gli affluenti del Nilo. E io, in tutto questo, dove sono?

Qua, di fronte al tramonto color arancio, alla ricerca di quella grande bellezza.

È tutta colpa di Word.
Quando i programmatori di Microsoft lo crearono, per poi perfezionarlo gradualmente nel corso degli anni, hanno dimenticato di aggiungere una funzione che si sarebbe rivelata vitale per molte persone. Quando il programma di videoscrittura viene avviato per la prima volta, l’utente dovrebbe essere notificato con una finestra di dialogo che lo informi dei doveri che dovrebbero ricadere su di lui nel caso in cui ciò che digitasse si dovesse, un giorno, trasformare in un’opera pubblicata.

Personalmente, la prima volta che mi sedetti davanti al computer per iniziare a digitare le prime pagine di “Prect en Rahkoon: Spettro di Ghiaccio“, non pensai neanche minimamente a ciò che sarebbe accaduto se davvero, un giorno, questo si fosse ritrovato in libreria. Così come non lo presi in considerazione allora, così continuai a fare per gran parte del tempo. Con la mia mente da adolescente, al massimo mi immaginavo intento a tenere una presentazione, fiero nel mio momento di gloria: era quella una visione che mi ha sostenuto parecchio nel corso del lungo, interminabile lavoro che mi sono trovato di fronte. Quando sono stato contattato per firmare il contratto editoriale, continuai a non pensare a quel fatidico “dopo”. È un po’ come le cose spiacevoli della vita: non ci pensiamo mai davvero finché non ci toccano da vicino.

SenzanomeInevitabilmente, tuttavia, è giunto il momento di dover prendere in seria considerazione ciò che comporta l’aver pubblicato un libro, per di più esordendo con una piccola casa editrice. Non è stata un’illuminazione improvvisa, bensì una graduale presa di coscienza di ciò che sarebbe venuto dopo: l’organizzazione delle presentazioni, dei luoghi dove si sarebbero tenute, degli ospiti, dei rinfreschi, delle slide da portarmi dietro. I viaggi, gli spostamenti, la logistica, i pernottamenti organizzati all’ultimo minuto, l’amaro in bocca un attimo prima di salire sul palco, il nervosismo che segue la vista del pubblico, la sgradevole sensazione di ritrovarsi dall’altra parte della sala, quella a cui non sono mai stato abituato. I compromessi, le mail mandate con l’acqua alla gola, la preoccupazione di aver tralasciato qualche dettaglio importante. La preparazione dei volantini e dei manifesti, il giro dei negozi per richiedere il permesso di affissione, il blocco mentale nel momento di cercare idee originali per le dediche. La campagna pubblicitaria, l’elenco delle persone e delle organizzazioni da contattare, le entrate sempre inferiori alle spese, agli investimenti.
Nonostante tutto non sono la persona più estroversa del mondo e l’idea di dover uscire così tanto dalla mia comfort zone, per un attimo, mi ha spaventato.

Per aspera ad astra, tuttavia: verso le stelle, attraverso le asperità. Se questa è la mia strada, la percorrerò. Forse non sono dotato di molte virtù di cui dovrei disporre per condurre appieno questa parte della mia avventura: non sono un organizzatore di eventi, non sono un ottimo oratore, non sono di certo un venditore. In fondo, quale scrittore lo è? Non veniamo sempre dipinti come persone strane, un po’ chiuse, artigiani di emozioni che non temono l’isolamento e il perdersi nella contemplazione dei mondi che hanno dentro? Eppure, la necessità mi richiede che io riesca a ricoprire tutti questi ruoli.

Ho organizzato eventi, ho parlato in pubblico e ho venduto. Sono salito sul palcoscenico, solo per scoprire che l’amaro nella gola era destinato a scomparire nel momento in cui avessi fatto il passo in avanti, verso chi era seduto di fronte a me, in attesa delle mie parole. Il batticuore che mi stava pompando il sangue nelle vene si è placato, sostituito da una ferma determinazione: “Questa cosa va fatta”, mi sono detto, e l’ho fatta per davvero. La mia prima presentazione è andata benissimo: non sarà stata perfetta, ma ne ho imparato qualcosa che potrò sfruttare per la prossima e quella dopo ancora. Ho posato il microfono con soddisfazione: avevo fatto il passo, e l’altro lato non era così buio come avevo creduto.

Fear-of-Public-Speaking-imageLo scrittore è un comunicatore: così ho letto, di recente, in un articolo online. Credo sia proprio vero: non ci si può limitare a mettere tutto su carta. Per quanto buono possa essere il risultato, ci sono altre cose da fare per poter dare alla propria opera la possibilità di avere successo: se ne può anche fare a meno, è certo, ma le conseguenze mi spaventano molto di più di quanto non lo avesse fatto l’idea di parlare di fronte ad una platea.

Ma dopo tutto questo viaggio, dopo tutta la strada che ho dovuto affrontare per arrivare sino a qui, dopo tutti gli ostacoli che ho dovuto attraversare, le energie che ho dovuto spendere e le notti in bianco che ho dovuto passare, non sarà questo nè altro a fermarmi, dovessi anche dover affrontare tutte le mie più grandi paure.

Io sarò ciò che il mio universo ha bisogno che io sia.

 

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Neon heart day-glow eyes
A city lit by fireflies
They’re advertising in the skies
For people like us

And I miss you when you’re not around
I’m getting ready to leave the ground

Oh you look so beautiful tonight
In the city of blinding lights

Alle volte vorrei vivere tra le luci dei grattacieli che illuminano la città sottostante, vibrante di vita che scorre nella rete delle proprie strade, ad osservare il mondo sotto di me dietro il vetro di una finestra. Altre volte, invece, mi chiedo se riuscirei a vivere senza il profumo del vento.
Riuscirei a barattare, anche solo per poco tempo, la tranquillità di un’esistenza ai margini della città con una più frenetica, vissuta al ritmo di un grande cuore che segna il tempo di migliaia di persone al passo del proprio battito universale? Vivendo in una città tanto grande, diverrebbe più grande anche la mia visione della vita, del mondo, o finirei ristretto nella corrente che spinge la vita all’interno di quei palazzi? Verrei immerso in quella struttura, trovando in essa il mio complemento, o finirei per fuggire verso il tetto di uno di quei grattacieli, scappando dalle strade sormontate dal cemento, alla ricerca dell’aria, del cielo, del suono delle stelle?
E’ possibile respirare l’universo, anche ritrovandosi circondati dai mattoni?

I media fanno male. Come diceva Caparezza, proiettano un benessere artificiale che ci inducono in riflessioni di questo tipo. Almeno a me, perlomeno. Conoscevo già le risposte a tutte queste domande nel momento in cui le andavo scrivendo: non resisterei un giorno lontano da uno spazio aperto che mi permetta di inspirare direttamente la notte, pura e nuda. Ho passato gli ultimi venti minuti ad osservare le foglie ondeggiare sotto la brezza proveniente dal mare: una melodia lieve che sa di tranquillità, di eternità.
Anche se mi interrogo spesso a proposito, credo che il mio posto sia qui.

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E’ davvero tanto tempo che non scrivo: dopo il grande numero di post in un solo mese conquistato a Dicembre, mi sono ritrovato a saltare Gennaio di sana pianta. Il punto è che non mi va mai di scrivere a comando: ritengo che, a dover scrivere banalità, faccio meglio a non dire nulla. D’altra parte, tuttavia, mi rendo conto è da tanto che non rinfresco un po’ il blog, ed eccomi qui.

Il 2013 non è iniziato nel migliore dei modi: ho avuto qualche problema con le ginocchia e con lo studio che ha portato ad un’avvio dell’anno non proprio allegro. Le cose non andavano per il verso giusto, le persone mi facevano arrabbiare, gli esami non andavano, avevo scarsa mobilità a causa delle mie condizioni di salute. Ho passato un mese a leggere stati su Facebook e tweet su Twitter in cui la gente si vantava per le lauree imminenti o per gli esami passati, mentre io mi ritrovavo a dover ripetere sempre gli stessi a causa della mia scarsa concentrazione.
Insomma, ero convinto che non avessi potuto iniziare l’anno in maniera peggiore.

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Mi è capitato, tuttavia, di parlare con delle persone, mie amiche. Come se mi fossero state messe dinnanzi dal fato (una di esse non la sentivo da veramente tanto tempo), ho ascoltato le loro storie sul loro inizio dell’anno e mi sono dovuto ricredere tutt’insieme. Mi hanno raccontato qualcosa di veramente brutto, ombre sulla vita che al posto loro mi avrebbero soffocato. Senza preavviso, ho dovuto riconsiderare tutto ciò che avevo creduto riguardo al mio Gennaio. Non solo mi sono reso conto di non poter paragonare i miei problemi ai loro, ma come se non bastasse ho potuto vedere come entrambi affrontavano l’oscurità a testa alta. Ho parlato con due persone ammantate di dignità, corazzate contro il buio, che come instancabili guerrieri si facevano strada, un passo alla volta, attraverso le nebbie. Ho parlato con due persone che non si sono lasciate abbattere dalla vita, che stanno mostrando il coraggio di continuare a splendere quando tutto intorno a loro sembra essere diventato oscuro.

Come ho mai potuto, io, considerare brutto il mio inizio 2013? E come ho potuto permettere al malumore di sopraffarmi, quando c’è qualcuno che sta vivendo problemi maggiori a testa alta?

E’ stato un insegnamento, rapido e conciso. Non potevo permettermi di rovinare il mio tempo, il prezioso tempo della mia vita, crogiolandomi nel grigiore dei miei stessi pensieri. Ho deciso che avrei rivoltato tutto, perché se quelle persone ce l’hanno fatta, potevo farcela pure io. Ho deciso di prendere il meglio di ciò che capitava, di perdonare chi mi aveva fatto arrabbiare, sono pouto tornare a lavore al mio libro, ho alzato la mia soglia di attenzione e ho iniziato a passare quegli esami che non ero riuscito ad affrontare nella mia diversa configurazione mentale. Quando sono uscito dall’aula d’esame, quell’ultimo giorno, splendeva un sole quasi estivo sopra Palermo: “rivolgi lo sguardo al sole e le ombre cadranno alle tue spalle“, dice un proverbio Maori. Mai tanta saggezza condensata in una sola frase.

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Scrivo questo post principalmente per una ragione: per ricordare a me stesso del futuro, quando tornerò a leggerlo, che la soluzione migliore è sempre essere positivi. Finché riusciamo a camminare lungo la strada della luce, nessun problema è insormontabile, grande o piccolo che sia. E laddove resteranno le cicatrici, vi sarà sempre qualcuno o qualcosa pronto a lenirne il ricordo.

In un passo del mio secondo libro, scrissi questa frase: «La vita non avrebbe senso se ognuno di noi non avesse la forza, il desiderio e la volontà di difendere le proprie credenze e i propri ideali». Abbracciamo dunque spada e scudo e difendiamo il nostro diritto a vivere felici: non è qualcosa che ci regaleranno o che ci spetta per giustizia, perché la giustizia non è altro che un artificio umano, ma che ci tocca conquistare giorno per giorno.

Io sarò lì.