Category: Riflessione


La cabina rossa

red-telephone-boxA Londra, vicino casa mia, c’è una piccola cabina telefonica rossa: una di quelle che si utilizzavano un tempo e che insieme ai taxi neri, agli autobus a due piani e al Big Ben caratterizzavano questa città. Sono ormai in disuso e diventano ogni giorno più rare: qualcuna rimane ancora in vita, per scelta della città o per semplice dimenticanza, ma la maggior parte di esse è stata sostituita dalle loro controparti moderne.

Uno di questi telefoni sopravvive dietro casa mia, anche se dubito che funzioni ancora come una volta. Ogni anno, passandovi davanti, scorgo qualche turista intento a fotografarla, dentro e fuori. Con il passare del tempo, nessuno ha mai più neanche osato aprirne la portiera, in quanto piena di cocci di vetro. Adesso una grande edera rampicante, appartenente al giardino della casa contro la quale è adagiata, ne sta reclamando il possesso e quest’anno metà della cabina rossa è scomparsa sotto le sue foglie, inglobata nella trama della Natura. Quando mi fermo per guardarla, mi accorgo della gente e delle auto che vi passano davanti in fretta, ignorando la sua presenza, distogliendo gli occhi dal passato ormai sopperito dal presente.

Penso che quella cabina rossa sia una significativa metafora della vita ed è per questo che, passandovi davanti quasi ogni giorno, non dimentico mai di riservarle un pensiero, forse nella vana speranza di preservare la memoria di quella scatola di metallo dalla vernice scrostata dal tempo, silente osservatrice del mondo che scorre.

Genealogia digitale

L’interesse verso ciò che ci riserva il futuro è qualcosa che ci caratterizza un po’ tutti: c’è chi lo guarda con occhio curioso e chi invece quasi lo teme, ma dubito che vi sia qualcuno che non vi abbia mai dedicato almeno un pensiero saltuario. Io, da allievo ingegnere, non posso permettermi di essere da meno e dedico spesso una parte delle mie riflessioni sul futuro del mondo dal punto di vista tecnologico. Questo è uno di quei pensieri che ho deciso di mettere per iscritto.

Devo confessare che, personalmente, non sono in grado di ricostruire il mio albero geneologico. Conosco a malapena la storia delle vite dei miei nonni, mentre non ho la minima idea di chi fossero, cosa facessero e dove abitassero i miei bisnonni. Non cito neppure i miei antenati più vecchi, che si perdono nelle nebbie del tempo. Mi ritrovo a rendermi conto di non sapere quale sia l’origine del mio cognome e di ignorare i nomi di coloro i quali lo hanno portato prima di me. Chi erano? Cosa facevano nella vita? Che tipo di persone erano? Quanti secoli di fatti, esperienze e ricordi preziosi si sono persi per sempre? Se la vita ha un valore inestimabile, allora ne deduciamo che anche la perdita che ne subiamo ha la stessa portata. Siamo qui, oggi, anelli finali di catene di eventi che si perdono nel bianco e nel nero, ma ignoriamo cosa ci ha portati essere ciò che siamo, nel luogo in cui siamo.

A giudicare dall’assetto tecnologico del mondo moderno, dubito che questa mia situazione possa ripetersi così facilmente in futuro. Ora nella nostra quotidianetà abbiamo la realtà digitale, con la sua incredibile capacità di memorizzare i dati. Non posso non citare un nome che non avrà bisogno di essere commentato: Facebook. Se non dovesse esserci una qualche svolta epocale in attesa nei giorni a venire, i nostri pro-pro-pro-…-pro nipoti potrebbero avere accesso a tutte le nostre vite. Tramite i canali di social network e di condivisione dei contenuti, saranno in grado di vederci, sentirci, guardarci, conoscerci. Potranno vedere le nostre foto, sfogliare i nostri interessi, leggere i nostri pensieri e ricostruire gli eventi delle nostre esistenze. Avranno l’opportunità di conoscerci e possibilmente di imparare qualcosa che non saremo mai in grado di trasmettere loro personalmente (o potrebbero avere la possibilità di vederci sbronzi alle feste di capodanno, per la gloria della casata!).

Personalmente, penso che tutto ciò dia molto su cui riflettere. Cosa possiamo fare, ad esempio, per fare in modo di lasciare qualcosa di noi a chi ci susseguirà nella ruota dell’esistenza?
Lanciamo un eco nel futuro e, con un po’ di fortuna, i nostri nomi diverranno leggende.

La morale della notte

L’uomo moderno è cresciuto con la concezione del buio come un’entità malvagia.
Se dovessi elencare immagini di ombra, di oscurità, ciò che causerei nei miei lettori sarebbero sensazioni negative: da tutta la vita percepiamo le tenebre come qualcosa di cattivo, di pericoloso. Certo, questa visione è un’ottima metafora della vita e ha fatto da sfondo a moltissimi racconti, sopratutto fantasy, definendo in modo chiaro e netto il bene e il male, tracciando una linea separatoria tra quello che è giusto e quello che è sbagliato. Anche nel mio stesso (fervido) immaginario, evocare una figura come un “guerriero delle tenebre” può solo portarmi a pensare ad un cavaliere corazzato di nero che difende a spada tratta principi non del tutto limpidi.

Eppure non è sempre stato così.

Prima che la nostra mentalità passasse attraverso la fucina dei secoli, addirittura dei millenni, questa distinzione non avveniva. Adesso, nel ventunesimo secolo, abbiamo un disperato bisogno di qualcosa che ci permetta di identificare chiaramente il bene dal male perché in realtà questi due sono i concetti più difficili da scindere di tutto il nostro comprendonio, poiché non esistono in modo assoluto. Viviamo in un mondo grigio dove nulla è netto, ma ogni cosa si intreccia con l’altra a formare la grande catena della vita.

Tuttavia, molto tempo fa, questa distinzione non era necessaria.
Chi mi conosce bene saprà già di chi sto sicuramente parlando: del popolo celtico, ovviamente, seppur li prenda solo come esempio di un mondo che aveva una visione dell’esistenza estremamente diversa da quella che abbiamo noi oggigiorno.
Per i celti la luce non era sinonimo di bene e il buio non lo era di male: tutto faceva parte di uno stesso Equilibrio che regolava i cicli naturali e che permetteva alla Terra di continuare a vivere e a fiorire sotto i loro piedi. Notte e giorno, vita e morte, estate e inverno: tutto faceva parte della stessa inscindibile struttura e la loro unione garantiva la persecuzione dell’esistenza, della vita per come la si conosceva. E’ per questo che non ci si deve stupire del perché essi innalzavano preghiere alle divinità delle tenebre così come a quelle della luce: non esistevano dei buoni o dei cattivi, solo entità che rappresentavano diversi aspetti, giusti, delle cose. L’universo andava ringraziato per la creazione di entrambi gli aspetti della vita.

Dopo questa (non molto) breve introduzione, giungo al punto focale della questione: la festa che si avvicina proprio in questo periodo dell’anno, ovvero Halloween, il proseguio deformato e distorto dell’antica festa celtica di Samhain, il capodanno celtico, il momento in cui aveva inizio l’inverno e la Parte Oscura dell’anno, quella in cui la notte durava più del giorno.

Halloween è tutta una strumentalizzazione, una perversione del suo originale, sacrissimo significato, ben noto a chi conosce il suo vero nome. C’è chi ha avuto in mente di renderla una festività “cattiva” ed è riuscito a far breccia nella collettività: ora il 31 Ottobre è festeggiato (perché si, incredibilmente la gente lo festeggia ancora, nonostante quello che crede voglia significare) come una festa dell’ombra e della morte intesi nel loro senso più negativo, senza domandarsi perché questa sia una tradizione portata avanti da millenni, da ben prima che la parola “cristianesimo” fosse stata inventata. Le cose assumono il significato che noi vogliamo attribuirgli: finché si continuerà a interpretare questa data con il senso sbagliato che tentano di rifilarci, ogni anno celebreremo il concetto della Morte privato del concetto della Vita, quando invece è quel buio da cui tutto ha inizio, il silenzio da cui sorgerà la prima vibrazione, quel vuoto iniziale che deve essere, perchè possa compiersi la nascita.
E’ un concetto molto valido sia nella tradizione druidica che in quella alchemica: dove nella prima ombra e morte sono complementari alla luce e alla vita e conferiscono esse un senso, per la seconda sono i preludi della rinascita: la nigredo, la mortificazione di ciò che è impuro, plumbeo, verso la rinascita nell’oro. Se da una parte è una rappresentazione di continuità, dall’altra parte indica l’inizio di un percorso ma entrambi rappresentano un’elevazione nel cammino spirituale.

Halloween non è una festa cattiva. Semplicemente, c’è qualcuno che vuole farci credere che così sia. Io vorrei che la notte di Samhain venga sempre ricordata per il significato originale che aveva per il popolo celtico: il giorno del nuovo inizio, il giorno della memoria, il giorno dell’oscurità, l’unica da cui è possibile ammirare la bellezza delle stelle nel cielo.

Contrappasso di luce

Avanzo solitario per le strade della città, privo di energie, lasciandomi trascinare dalla corrente che scorre in superfice, il sangue del cuore pulsante della metropoli. Stanco, con le spalle curve, mi immetto nelle sue arterie e risalgo le sue ramificazioni, diretto alla mia Pace. Respiro luci artificiali riflesse nelle pozzanghere d’acqua rannicchiate ai lati del marciapiede, che parlano di vita in movimento, di una sola anima in corsa.

Provo a rallentare il passo e vengo staccato con veemenza dalla corrente: all’improvviso non sono più parte della massa, non vengo trascinato, non faccio più parte di Loro. Alcuni visi, nei pochi istanti in cui permangono nella mia vista, mi guardano straniti.

«Chi è costui che, invece di affrettarsi verso casa, si prende il tempo di guardarsi intorno?»

La città ci ignora, poiché noi ignoriamo lei: c’è solo la macchina di fronte a noi, le sue luci rosse frammentate contro il parabrezza opaco d’umidità, oppure la persona che ci passa accanto sfiorandoci il gomito, scalpitando per passare oltre.

Esausto, con la mente febbricitante, decido di declinare la compagnia della massa e mi lascio condurre da me stesso verso la stazione. Sul treno in partenza si spengono le luci: niente più simulacri di Sole ad irradiare il nostro percorso. Immersi nel cigolio della carrozza avvolta dal buio, la città sfila alla mia sinistra e si sveste lentamente, finché l’aperta campagna non resta nuda sotto i miei occhi: un gioco di chiaroscuri, di sfumature d’ombre, di forme mai espresse. Dentro il vagone non scorgo altro che file e file di volti pallidi con gli occhi puntati in basso, rischiarati appena dal bagliore elettrico dei loro telefoni.

Uniformità.

Errare humanum est

Viviamo in un mondo dove la perfezione non esiste in natura.

Non esistono perfetti conduttori o perfetti isolanti, non esistono superfici perfettamente adiabatiche, non esistono gas che obbediscano tutti alla stessa legge, non esistono piani senza attrito, non esistono fili elettrici che non modifichino la tensione del circuito, non esiste materia puntiforme, non esistono integrali completamente esatti, nè strumenti in grado di rilevare misure del tutto accurate. Sono un’utopia le macchine termiche e frigorifere che funzionino alla perfezione, esistono solo approssimazioni e modelli.

In un mondo così fatto, come si può chiedere all’uomo di essere perfetto, anziché sè stesso? Come si può farlo sentire in dovere di dover esprimere sè stesso attraverso la perfezione anziché delle sue sfumature grigie? Noi siamo i figli dell’imperfezione e il difetto è ciò che per noi diventa arte: rifugiamo tutto ciò che ci rende uguali, evitiamo categoricamente ciò che potrebbe separare la nostra mente dal nostro cuore e cerchiamo, anche inconsciamente, di mettere la firma della nostra anima in tutto quel che facciamo.

Siamo affascinati da ciò che non è perfetto: ci dedichiamo all’Arte e la veneriamo come un culto, in tutte le sue forme, e solo pochi sarebbero in grado di definire il prodotto artistico umanitario come un elemento secondario allo sviluppo della nostra cultura e del nostro Io. Siamo sicari dell’Amore e questo ricerchiamo, nonostante sappiamo tutta l’imperfezione che esso comporta, nella sua forma più umana.
Non guardiamo solo ai pregi, non sopporteremmo una vita senza sbagli. Necessitiamo di macchie, sbavature, errori, le nostre idee sono tutt’altro che parallele e finiscono per scontrarsi tra di loro molo prima dell’infinito. Eppure, eccoci qui: abitanti della Terra, figli del cielo e del cuore di fuoco del mondo, temprati tra la luce e il buio, tra il giusto e lo sbagliato, forgiati pieni di mancanze nella forma dell’Equilibrio.

Osservate con quanta previdenza la natura,
madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque
un pizzico di follia. Infuse nell’uomo più passione che ragione
perché fosse tutto meno triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso.
Se i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza,
la vecchiaia neppure ci sarebbe. Se solo fossero più fatui,
allegri e dissennati godrebbero felici di un’eterna giovinezza.
La vita umana non è altro che un gioco della Follia.
Il cuore ha sempre ragione.

Inchiostro

Come altre volte in passato, questo post non ha uno scopo preciso: è atto solamente a mitigare alcuni miei pensieri che, a tarda notte, non mi lasciano andare a dormire.

Continuo a ricoprire il mio cuore di inchiostro troppo macchiato per formare parole ma troppo indelebile per essere cancellato. Persevero nella volatilità delle cose, sperando che un attimo solo possa indurre qualcosa che la mia mente razionale sa benissimo non esistere al di là del momento in cui stacco la testa dal cuscino, la mattina. Mi perdo nel nulla e con esso erigo castelli, baluardi in una città ricca di luci abbaglianti.
Nonostante ciò, tuttavia, sento che sia il mio posto giusto. Non ho rimpianti nella vita, nè rimorsi: forse uno solo, ma mi convinco che sia meglio così. Potevo correre indietro, salutarti un ultima volta, ma era destino che ti vedessi scomparire al di là di quella scalinata, nel mare che m’è così familiare e che odio e amo, come Catullo, perché si è portato via da me quel frammento di stella caduto dal cosmo.
E ora che al mare guardo con avversione, cerco forse qualche scoglio che, ergendosi verso il paradiso, mi dona l’illusione di poter giungere tra le nuvole?

Ma che ne sanno d’inchiostro gli scrittori d’oggi?


Più dolce sarebbe la morte se il mio ultimo sguardo avesse come orizzonte il tuo volto. E se così fosse, mille molte vorrei nascere per mille volte ancor morire.
-Sheakespire

Questo tipo di sfoghi non sono decisamente da me. Ma chi siamo noi per impedire all’universo di scatenare le nostre emozioni?

Vado a letto con un sorriso, conscio che chi stia leggendo -come il mare- o m’odia o m’ama. Con la differenza che so che chi mi disprezza continua a cercare pulviscolo di me in queste pagine di bit.

Questa te l’avrei dedicata, semmai fossi tornata.

Siamo come bit

Oggi ho digitato uno status su Facebook che mi ha fatto riflettere: la frase era più profonda di quanto inizialmente credessi quando mi è scaturita dalla mente, imponendosi per essere scritta da qualche parte. Ho voglia dunque di sprecare due parole in più per parlarne, magari per scoprirne qualche aspetto che ancora non ho messo a fuoco.

Nel mio post, paragonavo gli esseri umani ai pacchetti dati che transitano per Internet: essi sono composti da due parti, i dati e l’intestazione -l’header– che ne definisce parametri di vitale importanza per la sua corretta consegna. Anche noi, come loro, disponiamo di una sorgente e una destinazione: proveniamo da qualche posto e c’è sempre una direzione dove camminiamo, seguendo la scia della stella cadente dei nostri sogni, un po’ come si dice fecero i Re Magi nella fatidica notte che li rese famosi in eterno. Siamo marcati da un cosiddetto TTL, Time To Live: il tempo che abbiamo prima di scomparire dal traffico della rete, che nel caso dei pacchetti viene decrementato ad ogni router che attraversano, mentre noi lo vediamo diminuire ad ogni ciclo del sole e della luna nel cielo.

Il percorso, tuttavia, non è privo di ostacoli: strada facendo potremmo smarrire la via e rimanere persi, potremmo frammentare parti della nostra anima e vagare in preda al disordine, potremmo venire corrotti e permanentemente segnati degli errori in cui incappiamo nella nostra strada. E’ qui che interviene l’altro campo dell’header degli esseri umani: la checksum. Nei pacchetti della rete, questo è un campo usato per controllare la correttezza dei dati e scoprire se i bit di cui sono composti presentano errori. E chi può ricoprire al meglio questo ruolo se non le persone più vicine a noi? Che sia la famiglia, gli amici o la persona con la quale si condivide la vita, sono loro che riescono sempre a sapere se la tua essenza ha subito corruzioni e, in tal caso, avviare le appropriate procedure per approntarne la correzione.

E’ proprio vero che tutto ciò che la scienza studia e crea è basato su un’intrinseca simulazione del mondo stesso, più o meno velata nei meandri degli aspetti tecnici. E, intrinsecamente, sono contento di avere le mie checksum… mi serviranno, perché più è lontana la meta, più si attende in coda ad altra gente, più la rete è congestionata dai numerosi pacchetti in transito e più siamo soggetti alle influenze delle perdite e degli errori.

Ti immagini seduto su una scrivania, intento a scrivere una lettera o a digitare un’email, mentre alle tue spalle troneggia una grande parete di vetro che lascia filtrare il tenue bagliore della città notturna, vista da uno dei piani più alti di un grattacielo. Ti immagini in un loft, le pareti bianche, l’arrademento minimal e moderno che va dal camino elettrico all’acquario divisorio.

Quando poi riapri gli occhi ti rendi conto che di fronte a te ci sono ancora quelle case in costruzione, quelle strade dismesse, l’autolavaggio montato intorno ad un garage, la piazzetta con qualche lampione fuori uso.

E sorridi.

Certe cose non cambieranno mai nella vita, nonostante si possa perseguire a lungo il desiderio di vedere tutto diverso. Ma, alla fine, quando guardi le stelle riflettersi sul mare lontano, la luna scintillare sui binari appena visibili della ferrovia, i ragazzi che passeggiano per strada, ti rendi conto che non vorresti nulla di ciò che non hai già. Sono poche le cose che restano, al mondo: è meglio non avere fretta di mutare. La vita ce ne offrirà abbastanza occasioni, non abbiamo bisogno di rincorrerle.

Poi, mentre la notte avanza e tu ti rendi conto di quanto sia tardi e di quanto presto tu debba svegliarti l’indomani, sorridi. Sono molte le cose che hai lasciato alle spalle, le persone a cui hai dovuto dire addio, la gente che ti ha lasciato senza parole -in bene o in male-. Ripensi a tutti coloro ti vogliono bene e chi ha iniziato ad odiarti, magari senza conoscere a fondo le tue ragioni. Ripensi a quanto ti sei dovuto spacciare per una cattiva persona, quando in realtà il tuo era solo il gesto di colui che ci tiene, dunque sentirsi dire che per te non è mai contato nulla.

Che possiamo fare? Sorridiamo: la vita non sarebbe così meravigliosa se non ci offrisse questi momenti, questo cielo, quelle stelle e quella Luna.

E mentre mi sogno a premere la fronte contro il vetro che dà sulla skyline di grattacieli, cado nel sonno…

Halleluja, per la Vita.